Melzo
Comune di Melzo

Scheda tecnica

LOMBARDIA Provincia: Milano
Regione: LOMBARDIA
Superficie: 10 Km2
CAP: 20066 | Pref.Tel: 02
Zona Geografica: Italia Nord-Occidentale
Tipo di Territorio: pianura interna
Latitudine :
Longitudine :
Altre info Altezza s.l.m: 118 mt • Zona climatica: E • Gradi gg: 2404 • Indirizzo: p.za Vittorio Emanuele II 1 • Cod Istat: 15142 • Cod Catasto: F119 • Sito Web: http://www.comune.melzo.mi.it Abitanti

Località di questo comune

Nome Cod Località Cap Prefisso Longitudine Latitudine
MELZO 1001 20066 02 45° 30' 7'' 92 9° 25' 34'' 68
CASCINA CASTAGNA 2001 20066 02 45° 29' 13'' 20 9° 25' 54'' 12
Nome Cod Località Cap Prefisso Latitudine Longitudine

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Telefoni/fax/


Tipo telefono/fax Ufficio Data u.m.
Fax 0........1 Centralino 02/02/2006
Fax 0........0 biblioteca 28/05/2006
Tel 0........6 ragioneria e contabilita 02/02/2006
Tel 0......1 Centralino 02/02/2006
Tel 0........6 biblioteca 28/05/2006
Tipo Numero/indirizzo Ufficio Data u.m.


E-mail

Email Ufficio Data u.m.
p...........@..........t generica 01/09/2004
u..........@.........t informazioni informa giovani URP 01/09/2004
l............@............t tributi 18/11/2004
p.............@............t sindaco 24/12/2004
v............@...........t cultura scuola istruzione musei 24/12/2004
a.............@.............t manutenzione patrimonio economato 24/12/2004
f...........@..........t ufficio tecnico edilizia 24/12/2004
v.............@............t cultura scuola istruzione musei 24/12/2004
f............@............t lavori pubblici urbanistica territorio 24/12/2004
s............@............t sociale assistenza 24/12/2004
f............@............t finanziario e bilancio 24/12/2004
f.............@............t attivita produttive industria suap sviluppo econ 24/12/2004
s...........@..........t sociale assistenza 24/12/2004
Email Ufficio Data u.m.

Enti sovra-comunali

Parco Agricolo Regionale Sud Milano

Descrizione:
Il Parco costituisce un'entità territoriale di vaste dimensioni, estesa praticamente a quasi tutto il semicerchio meridionale della Provincia di Milano. I valori ambientali dell'area a parco sono quelli caratteristici della pianura irrigua milanese, intensamente utilizzata dall'agricoltura nel corso dei secoli, a partire dalle prime bonifiche realizzate nel Medioevo dagli Ordini monastici. Le stesse opere di sistemazione agraria, tra cui il complesso della rete irrigua, dei navigli e dei fontanili, nonché le siepi e i filari, si sono inserite perfettamente nel paesaggio per arricchirlo di valori estetici e naturali. In particolare le aree attorno alle teste dei numerosi fontanili costituiscono ambienti di pregio anche per la difesa della natura. Rari invece i boschi, a motivo delle trasformazioni intensive dell'agricoltura negli ultimi decenni. Nel Parco sono ricomprese le riserve naturali Fontanile Nuovo e Sorgenti della Muzzetta recentemente istituite dalla Regione, e i parchi locali di interesse sovracomunale, quali Fontanili di Bareggio, Oasi di Lacchiarella, Parco dell'Addetta, riconosciuti dalla Regione. Numerose le emergenze di carattere storico architettonico, tra cui si segnalano le abbazie di Chiaravalle, Mirasole e Viboldone, i castelli di Tolcinasco e Zibido, la Tenuta di Trenzanesio, i diversi nuclei rurali e il sistema delle grandi cascine. Dati geografici Superficie: 46 300 ha Caratteristiche altimetriche: h min 135 m slm - h max 155 m slm
Tipologia: Parco Sigla: MI

Azienda Lombarda Edilizia Residenziale

Descrizione:
Nessuna descrizione:
Tipologia: Azienda Sigla: MI

La storia

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APPUNTI PER UNA STORIA DI MELZO di Sergio Villa Le origini. Si crede che Melzo abbia origini etrusche. Lo si è scritto, ripetuto, tramandato tante volte da trasformare l’opinione in un luogo comune e talvolta in una ingiustificata certezza. Si tratta, al contrario, di una ipotesi mai provata. Gli storici antichi raccontano che gli Etruschi, avanzando verso la pianura del Po tra la fine del VI Secolo a.C. e l'inizio del V Secolo, giunsero fino in Insubria, come chiamavano la Lombardia. Durante questa espansione costruirono dodici città. Quella chiamata Melphum o Melpum era, nello stesso tempo, l'avamposto più settentrionale ed orientale, e fu quindi edificata per ultima. Plinio, fidandosi di Cornelio Nepote, riferisce che era questa la città più famosa per l'industria e i commerci. Ma già al tempo di Plinio “numerose erano le città scomparse o distrutte delle quali rimaneva un tenue ricordo solo in opere erudite, ed è immaginabile quanto più frequenti dovessero farsi, via via, le sparizioni di nomi e di luoghi, nonché gli abbandoni di città e villaggi”. D’altra parte, tutti gli storici antichi si riferiscono, per questa come per molte altre notizie, ad un'unica fonte, le Origines di Catone, opera che purtroppo è andata perduta. Le ricerche intese a provare l'origine etrusca di Melzo, la prima delle quali risale al 1878, non hanno dato finora riscontri positivi. Nel marzo 1926, presso una fornace a settentrione dell'abitato, venne alla luce un sepolcreto pre-romano, costituito da venti tombe ad urna cineraria, attribuibili ad una fase recente della prima età del ferro e ad un'epoca certamente anteriore alla prima invasione gallica: tuttavia, invece di confermare l’appartenenza dei resti alla civiltà etrusca, il loro esame tende piuttosto ad escluderla. In epoca assai più recente è stato ritrovato presso la Cascina Gardino di Comazzo, dunque a pochi chilometri da Melzo, un cippo funerario che ad un primo esame degli esperti è stato definito etrusco, ma che il parere ufficiale della Soprintendenza ha giudicato invece un semplice rifacimento del XVIII secolo, età nella quale il gusto neoclassico ha prodotto molte opere ispirate all’antichità etrusca e romana. Ancora una volta la ricerca di una prova dell’origine etrusca di Melzo è stata delusa. Allo stato delle conoscenze attuali, si può ritenere che un’antica città etrusca di nome Melpum o Melphum sorgesse in un raggio di venti o trenta chilometri da Melzo, ma non si sa esattamente dove, anche perché la più semplice tra le varie ipotesi - che collocherebbe l’antica città sulle sponde dell’Adda, in un luogo cioè topograficamente più caratterizzato - viene contraddetta dalla constatazione che in quell’epoca i terreni prossimi al fiume erano, per molti chilometri, paludosi o addirittura sommersi. Secondo il Costa, l’esistenza di una strada antica, che passando per Paullo, Lodi e Casalpusterlengo collega indirettamente Melzo a Piacenza - città sicuramente fondata dagli Etruschi - deporrebbe a favore dell’origine etrusca dell’abitato, ma simili argomentazioni rappresentano semplici ipotesi non sostenute da prove, e che nessun documento conferma. Resta, per chi comunque vuole credere alla Melzo etrusca, soprattutto la forte somiglianza dei nomi, che senza il conforto di prove più convincenti rappresenta un indizio importante, ma non dimostrato. Di certo, quell'antica Melphum sorgeva in un luogo scomodo. Circondata da una fitta foresta a Sud-Ovest, verso oriente era prossima agli acquitrini paludosi e stagnanti del lago Gerundo, che a quel tempo occupava la riva destra dell'Adda ma si estendeva, con ogni probabilità, anche oltre la riva sinistra del fiume, prima di essere progressivamente colmato, nel corso dei secoli, dai depositi di detriti sabbiosi, a formare la cosiddetta Gera, e più tardi bonificato. Ne derivò una piana fertilissima, obbiettivo non disdegnato di frequenti invasioni. I Celti avevano occupato l’Insubria fin dall’VIII secolo a.C., e nuove popolazioni galliche, passate le Alpi, vi giunsero nei periodi successivi. Erano popoli di coltivatori e allevatori, soprattutto di maiali, e dunque preferivano occupare terreni asciutti: pertanto la pianura compresa nella zona dei fontanili era poco frequentata, perché acquitrinosa, troppo prossima alle paludi del lago Gerundo e soggetta ai frequenti dilagamenti del Molgora e del Trobbia. Ma non tutto, già nei tempi più antichi, era foresta e palude. La pratica degli spostamenti stagionali delle mandrie dalle alte valli bergamasche alle pianure dell’Adda risaliva infatti all’età paleolitica. Lo sviluppo di colture promiscue, la pratica della fienagione e del maggese e l’adozione di strumenti più razionali per l’attività agricola erano iniziate nell’epoca etrusca, così come lo sviluppo della piantagione del castagno e del faggio e il commercio enologico. L’antica Melphum fu saccheggiata dai Galli Boi, ma sopravvisse. Fu più tardi bersaglio degli assalti di altre popolazioni celtiche, che a quanto pare distrussero molte città, ma non Mantova e Melphum. Cadde, infine, ad opera dei Galli Senoni, durante la quarta invasione, fra il 394 ed il 390. Secondo Cornelio Nepote, in quello stesso giorno i Romani espugnavano Veio, ma la coincidenza appare sospetta: è possibile che lo storico, descrivendo il crollo della civiltà etrusca, intendesse ricorrere ad una immagine simbolica per rimarcare la rapidità della sua rovina. I Romani giunsero tardi nella pianura, almeno seicento anni dopo le prime invasioni dei Celti. La pianura che chiamarono Gallia Transpadana diventò l’undicesima regione romana solo nel 13 a. C., al tempo di Cesare Augusto. L’epoca romana segna cambiamenti profondi e produce anzitutto grandi opere di disboscamento e di sistemazione idraulica, dalle quali nascono sia la diffusione di una coltura cerealicola intensiva, con rotazione biennale (un anno a grano, uno a maggese) sia la pratica della coltivazione di ortaggi, viti ed alberi da frutta. Ogni famiglia di coloni possiede uno o due buoi, un paio di asini o di cavalli, alcune vacche, maiali e pollame. Si diffondono le tecniche e gli attrezzi per la conservazione delle eccedenze nei magazzini: i grossi ziri per l’olio, gli orci per il vino, le anfore per il grano ed i legumi, le ghiacciaie funzionanti con neve pressata, poi tramandati per molti secoli. Cresce quasi dovunque un artigianato che produce lana, pelli e latticini, più che altro per la sussistenza e non ancora per il commercio. La decadenza dell’Impero e le violente distruzioni che seguono alle nuove invasioni barbariche causano nell’intera pianura la generale decadenza della produzione agricola, la completa rovina delle opere idrauliche di bonifica e l’abbandono dei feudi da parte degli antichi coloni. Ovunque, invece di coltivare, prevalgono il pascolo e l’allevamento di grandi mandrie. Si producono pelli, filati e tessuti. Numerose sono le testimonianze di questo degrado. Nel 387 S.Ambrogio ha lasciato scritto che la pianura Padana mostra ovunque “i cadaveri di città semidistrutte” : espressione che dobbiamo ritenere metaforica, ma assai esplicita, e più volte ricordata dagli storici. Un cronista del V secolo scrive che le popolazioni delle campagne padane “avendo sofferto col ferro e col fuoco le bande dei Goti, più non domano con ostelli i boschi, né con ponti i fiumi”. Ancor prima, Plinio ha riferito che Mantova resta “l’unica città degli Etruschi che rimanga oltre il Po”. Se pensiamo alle irrisolte discussioni sull’origine etrusca di Melzo, la sua affermazione fa perlomeno riflettere. Il locus di Melzo durante i secoli alti. Per i secoli seguenti siamo in sostanza privi di testimonianze significative su Melzo, così come su molti altri centri del circondario. Una sola notizia, peraltro assai importante, ci racconta che nell’anno 539 d.C. il locus di Melzo viene invaso, depredato e distrutto dai soldati di Uraia, nipote di Vitige e re dei Goti. Ancora una volta il borgo prova a rinascere, circondandosi di mura, ma la sua dipendenza dall'orbita milanese appare ormai definitiva. Le memorie dell’evo antico, affidate alle opere di pochi storici, le cui testimonianze sono spesso incomplete e le cui versioni sono per molti aspetti non controllabili, non riguardano i piccoli paesi dove, per secoli, non accade nulla di memorabile. E’ il caso di Melzo: un semplice locus sulle carte topografiche della regione, un villaggio rurale di poca o nessuna importanza, del quale nessuno storico si è occupato. Nel suo circondario, qualche altro villaggio si chiama vicus, perché molto più piccolo: un pugno di case attorno ad un pozzo, abitate da un gruppo ristretto di contadini. Se anche leggiamo con attenzione le storie e le cronache lombarde lungo questo silenzioso millennio, non troviamo niente, o quasi, che riguardi il paese, la sua campagna e i comuni vicini. Dobbiamo dunque procedere, con tutta l’opportuna cautela, per indizi e per generalizzazioni: in mancanza di dati e di documenti attendibili, possiamo riempire questo immenso silenzio con le informazioni che conosciamo a proposito dell’evoluzione agricola della pianura. Dal VII al X secolo, durante la dominazione longobarda ed il regno dei Franchi, possiamo supporre che anche a Melzo vivesse una comunità rurale costituita da due gruppi di coltivatori: quelli che conducevano un terreno per conto di un proprietario - laico o ecclesiastico - residente altrove, ed alcuni liberi proprietari, affiancati da massari e da servi, che si autogovernavano attraverso l’assemblea dei capifamiglia. Gli abitanti sorvegliavano l’uso comune del pozzo dell’acqua potabile e collaboravano nello sfruttamento del territorio, cioè nella raccolta del legname e nella cacciagione. Nell’intera regione il paesaggio è nel frattempo cambiato profondamente. Sempre più incolto, anche a causa della distruzione degli argini, esso è ritornato quasi completamente allo stato naturale. Appena al di fuori dei centri abitati ci sono paludi malsane ed immense foreste, dove predominano le querce e nelle quali dimorano il lupo, il cinghiale ed ogni sorta di animali selvatici. Anche i nomi dei luoghi, dei campi e dei poderi richiamano la profonda consuetudine con la realtà del bosco, che rappresenta l’elemento dominante del paesaggio e della vita quotidiana: tutti i documenti più antichi ci parlano di querce, carpini, frassini, aceri, olmi, tigli, pioppi, betulle, lauri e salici, perché l’intero periodo vede il ricorso massiccio allo sfruttamento del bosco come risorsa economica primaria. Il “servo rustico” dell’alto Medioevo è un uomo silenzioso e selvaggio come il paesaggio in cui vive. Terra, acqua e cielo sono i punti cardinali della sua vita. Spesso si chiama Leo, Lupo, Urso, Leopardo, come le fiere che popolano la foresta e che lo costringono a proteggere l’orto e la casa con recinti di legno. Non sa scrivere, il suo linguaggio è elementare e sovente poco comprensibile, ma conosce bene i nomi e le qualità delle piante, dei frutti, delle verdure e degli animali - grandi e piccoli, domestici e selvatici - del bosco e della palude. Si comincia ad avere notizia di opere di sistemazione, prosciugamento ed irrigazione nella pianura lombarda a partire dal IX secolo, anche se il tempo delle grandi bonifiche è ancora lontano. “Non bisogna credere che la ripresa dell’attività agricola avesse carattere di continuità e fosse ovunque generalizzata: al contrario, erano di massima spazi isolati, che cambiavano di poco l’aspetto selvaggio delle campagne, e che correvano sempre il rischio di essere interrotti da incursioni di armati e da lotte tra feudatari” . L’intera pianura si ricopre di fortificazioni: i villaggi di palizzate, i centri urbani di mura, le città di castelli. I coloni si stringono attorno ai nuclei abitati, sono costretti ad abbandonare all’incuria i terreni più disagevoli da raggiungere. Il pascolo mantiene così la prevalenza, ed il bosco incontaminato conserva il proprio dominio nell’intera regione. Si ritiene che la situazione incominci davvero a modificarsi solo con l’inizio del nuovo millennio, quando la crescita della popolazione costringe a modificare il rapporto secolare fra spazi coltivati e terreni boschivi: permanendo una bassa produttività dei campi, essi devono diventare più estesi. Una nuova notizia che riguarda Melzo ci è tramandata da una celebre opera del Giulini: “Era dunque divisa la nostra Campagna in nove Contadi, e questi erano il Contado proprio di Milano, e quelli della Burgaria, dell’Ossola, di Stazona, di Seprio, della Martesana, di Lecco, della Bazana, o Baziana, e di Trivillio, altrimenti detto Ghiara d’Adda... Il Contado rurale detto della Bazaria, o Bazana, o Baziana...il quale era peraltro sicuramente vicino a quello della Martesana, con cui poi fu unito...era, come ho detto, fra l’Adda e il Molgora, da Trezzo fino al Lodigiano... e constava delle pievi di Pontirolo, Gorgonzola e Corneliano” Di quest’ultima pieve facevano parte Albignano e Melzo, che in documenti diversi è chiamato, indifferentemente, Melzate, Melziate o Meltium. Sappiamo che nel XII secolo, come altri paesi del circondario, Melzo si costituisce in comune rurale, ottenendo la qualifica di borgo. Solo a partire da questo periodo, con il decisivo impulso dei monaci delle abbazie, ed il concorso dei coltivatori locali, inizia l’opera di profonda trasformazione idraulica della regione: si incanalano le acque dei fontanili e delle risorgive, e nasce il sistema delle marcite, che aumenta il numero dei tagli d’erba, sviluppa la concimazione dei terreni e favorisce l’allevamento. Sta nascendo quella moderna agricoltura lombarda, che sarà destinata nel Quattrocento - come l’industria tessile legata alla produzione della lana - ad ulteriore espansione, con l’introduzione di numerose colture, fra cui il riso e il gelso; nel frattempo, l’invenzione del prato invernale, come viene chiamato il sistema delle marcite, dà un forte impulso allo svernamento delle mandrie bovine nella pianura, e quindi ad una produzione sempre più abbondante di latte e di formaggi. Nell’ultima parte del XIII secolo, al tempo delle guerre con i Visconti per il controllo di Milano, inizia a Melzo la signoria della casa Della Torre, o Torriani. Pare che si debba a Napo Torriani la decisione di lastricare le strade centrali del borgo. I Torriani, provenienti dalla Valsassina, sono di parte guelfa, appoggiati dagli strati inferiori dei possidenti milanesi: sono tra gli oppositori della nomina di Ottone Visconti ad arcivescovo di Milano, e più tardi si contrappongono anche a Matteo Visconti, signore milanese e ghibellino, la cui resa ad Alberto Scotto, signore di Piacenza e guelfo, avviene il 2 giugno 1302 proprio nelle campagne a settentrione di Melzo, verso S. Erasmo, dove l’esercito di Matteo é affrontato e battuto. Secondo il Giulini Matteo Visconti si arrende accorgendosi che la campagna melzese, dove ha accampato i soldati, non potrebbe assicurare loro alcun tipo di sostentamento: “dalle terre vicine al campo poco di poteva sperare”. Dobbiamo pensare che il suo esercito sia davvero numeroso, oppure la campagna assai misera. La notizia ci informa, per la prima volta, della partecipazione attiva del castello di Melzo e dei suoi soldati alla guerra infinita che impegna i vari casati che si contendono il governo di Milano nei due secoli successivi. Gli scontri tra le due fazioni proseguono fino all’anno 1324, quando Marco Visconti, figlio di Matteo, sconfigge i guelfi a Vaprio e li costringe alla resa. Tre secoli di guerre. Fino al XIV secolo il paese aveva una importanza del tutto trascurabile, stretto com’era fra le paludi ad ovest ed i boschi a sud, escluso dalle principali vie di comunicazione ed emarginato, infine, anche rispetto alla strada Francesca che da Gorgonzola portava verso Pontirolo, passando più a Nord. A partire però dal XV secolo, proprio in virtù della sua posizione geografica, Melzo si trova ad essere il crocevia quasi obbligato di tutte le guerre fra Milano e Venezia. In questo senso, il principale cambiamento avviene nel 1352, quando si prolunga il canale Muzza e di conseguenza, nella nuova configurazione della regione, il valico dell'Adda presso Truccazzano assume una importanza superiore rispetto a quelli di Cassano e di Vaprio. È allora che il fiume comincia ad assumere il ruolo di confine militare del territorio milanese rispetto all'espansione veneziana, cosicché il controllo di quel valico determina spesso la sorte finale dei conflitti. Il castello di Melzo assume di conseguenza una cruciale importanza strategica per entrambi i contendenti, ma nello stesso tempo il borgo entra, suo malgrado, in una stagione che lo vedrà coinvolto in tutte le battaglie, perché si trova ad essere, di volta in volta e secondo il rapido mutare delle vicende belliche, la retrovia del fronte milanese o la punta avanzata del territorio conquistato dagli invasori. Il borgo non sarebbe mai diventato uno dei capoluoghi feudali del ducato di Milano se non fosse stato eletto a sede di presidio militare, ma pagò questo suo privilegio per tutto un secolo, con una serie infinita di distruzioni e saccheggi,. La vicenda delle guerre per governare Milano incomincia a coinvolgere Melzo, come si è visto, nei primi anni del Trecento, e prosegue fino quasi al Seicento. Il ruolo del borgo durante l’intero periodo è quasi sempre passivo: il suo castello è più volte assediato e conquistato, le sue case sono occupate da milizie mercenarie in attesa di muoversi verso la capitale o di contrastare l’avanzata degli invasori, le sue campagne sono luogo di approvvigionamento e devastazione. Quando il duca Filippo Maria Visconti crea il nuovo feudo di Melzo con decreto del 12 luglio 1412 - aggregando in esso feudi ecclesiastici estinti e terre libere, e mettendone a capo Vincenzo Marliani, uomo d'armi di sua fiducia - Melzo diventa l'anello forte della retrovia dell'esercito milanese, destinato da quel giorno ad essere la sede logistica più naturale delle avanzate milanesi oltre il fiume o l'ultimo baluardo della difesa per evitare che il nemico giunga fin sotto le mura di Milano senza più ostacoli. Le ininterrotte guerre contro Venezia, dal 1431 al 1448, portano alla distruzione dei raccolti e dei mulini ad acqua che rappresentano una delle principali ricchezze della campagna melzese, e rendono più problematica la capacità stessa del borgo di rappresentare una sede logistica privilegiata per uomini e bestie, che non devono solo combattere, ma anche mangiare. I mesi peggiori iniziano nel novembre 1447, quando i veneti sfondano il fronte dell'Adda e stanziano a Melzo 1.500 cavalieri e 500 fanti in attesa di far cadere Milano: un esercito da nutrire per un intero inverno da parte di una campagna che da tempo non ha più raccolti. Scoppia un'epidemia, provocata dalla denutrizione, dal freddo e dalla convivenza forzata con le truppe nemiche: Milano ordina di bloccare qualunque persona di ogni grado, stato e condizione che provenga da Melzio, morbo infecto, e dispone di confiscargli stoffe e vestiti, veicoli di contagio. Quando gli Sforza iniziano la controffensiva, Antonio Ventimiglia, capitano di San Marco, passa al soldo dei milanesi e i soldati veneti, abbandonati e traditi, fuggono verso Lodi. A questo punto, la tradizione, fra storia e leggenda, narra di come, nel mese di maggio del 1448, una ragazza, Agnese Pasta, afferrasse una bandiera milanese, issandola sul punto più alto delle mura: il suo atto di rivolta venne ben presto imitato dalle altre donne di Melzo, che - armate di sassi e della propria esasperazione - attaccarono gli esausti soldati veneti, provocando o affrettando la loro ingloriosa partenza. Nessuno può ormai stabilire la veridicità dell'episodio. Il Comune di Melzo ha dedicato ad Agnese Pasta una via del centro: gli storici se ne sono occupati, scoprendosi divisi. A partire dal 1450, per mezzo secolo, il borgo assume stabilmente il ruolo di retrovia e ritrova la pace, ma il Vicariato di Melzo, quando Francesco Sforza riordina il territorio, alloggia ancora e sempre milizie da sfamare. Problemi di ordine pubblico causati dalla turbolenta presenza delle truppe ducali provocano nella popolazione lamentele e sommosse, mentre i possidenti gravati dalle imposte protestano per la nuova tassa sui cavalli preferendo, pur di sfuggire al fisco, abbattere molti capi. Il 27 agosto 1450 Francesco Sforza ricorda ai dilecti huomini di Melzo d’aver disposto che ogni suo soldato riceva due staia di frumento, promettendo alla comunità improbabili rimborsi futuri. Pochi giorni più tardi dispone, in aggiunta, che la popolazione provveda a vitto, alloggio, mobili e biancheria per 106 soldati di Alessandro Visconti di stanza a Cavaione. Ma non basta: nasce il problema di costruire nuove fortificazioni lungo la sponda sinistra dell’Adda, rese necessarie dall’impiego dell’artiglieria: reclutati per questo scopo, i contadini vengono sottratti al lavoro nei campi: nobiles et ignobiles sono costretti ad obbedire. Nel 1466 muore Francesco e il Ducato passa a suo figlio Galeazzo Maria, poco più che ventenne e ben presto sedotto da Lucia Marliani, figlia di Pietro, della famiglia dei podestà di Melzo. Il 9 gennaio 1475 il nuovo duca le accorda in feudo il borgo e la pieve di Melzo: è un atto più scandaloso della loro relazione, un vero mostro giuridico, una sorta di esproprio incondizionato, la creazione di una Stato nello Stato. Nella pur movimentata storia del ducato, non si era mai visto niente del genere. La donazione comprende “il Castello e luogo di Melzo, cogli annessi diritti e pertinenze, il luogo, la pieve e la terra di Gorgonzola con tutti i suoi abitanti presenti e futuri, e vuole che questi luoghi le appartengano in un sol corpo, separati ed esenti da ogni vincolo di obbedienza verso la città ed il ducato di Milano, con mero e misto imperio, con podestà di coltello e con ogni altra giurisdizione, tanto nelle cause civili quanto nelle criminali, e nelle miste”. La nuova situazione non dura molto. Il 24 dicembre 1476 Galeazzo Maria muore pugnalato nella chiesa di Santo Stefano, vittima di una congiura: in breve tempo Lucia Marliani perde tutte le sue ricchezze ed è costretta, tra l’altro, a riconsegnare i gioielli che l’amante le aveva donato, fino a quando il nuovo signore di Milano, Ludovico il Moro, le impone di rinunciare al feudo. Il borgo e la Pieve nel tempo dei Trivulzio. Sul finire del Quattrocento riprendono le guerre. Ludovico il Moro perde l’appoggio del Re di Francia, che si allea con i Veneziani ed affida il comando del suo esercito al capitano Gian Giacomo Trivulzio, compagno d’armi di Galeazzo Maria Sforza e nemico del Moro. Ludovico, battuto, è costretto a fuggire. Il 6 settembre 1499, ricompensato per i servizi resi, il Trivulzio prende possesso di Melzo in nome di Luigi XII di Francia, mentre il borgo, da feudo, diventa marchesato. L’autorità trivulziana regala alla cittadella nuove opere civili e una maggiore equità fiscale, insieme alla speranza di conoscere finalmente, anziché battaglie e devastazioni, un tempo di pace durante il quale riprendere a vivere di raccolti e commerci. Un’aspirazione che però, almeno in parte, sarebbe stata ancora una volta delusa. Gian Giacomo Trivulzio si allontana ben presto dal suo nuovo feudo e lo consegna al figlio di un suo fratello. Il ducato di Milano subisce l’ingombrante ed alterno predominio spagnolo o francese, durante il quale assiste al provvisorio ritorno degli Sforza al governo della città, mentre a Melzo i vari discendenti di Gian Giacomo - sia a causa delle vicende esterne, sia per colpa della propria incapacità - perdono e riconquistano più volte in rapida successione il controllo del feudo. Il 26 ottobre 1522, mentre assedia la città di Pavia, Francesco I di Francia affida al conte Gerolamo Trivulzio e al nipote Gian Fermo la difesa di Melzo. Ma le mura debolmente presidiate del loro castello sono assalite prima dell’alba dalla fanteria del marchese di Pescara, alleato degli spagnoli. I suoi archibugieri passano il fossato e ben presto, sparando e uccidendo, concludono con successo l’assalto. Gerolamo Trivulzio cerca la fuga ma un nemico lo colpisce al volto e gli recide la mano destra, fino a causarne la morte. Gian Fermo e molti soldati vengono imprigionati, e le strade del borgo sono saccheggiate dai vincitori. Nel 1532 la famiglia Trivulzio riprende la signoria, conservandola fino al termine del XVII secolo. Nella società melzese tra Cinque e Seicento, l’influenza e la potenza della casa Trivulzio possono trovare numerose direzioni per manifestarsi: i signori fanno sentire anzitutto la propria influenza nella definizione di una importante questione ecclesiastica. Fino all’ultimo quarto del XVI secolo, sulla base dell’antica organizzazione territoriale della Chiesa milanese, la comunità ecclesiale melzese dipendeva ancora dalla pieve di Corneliano, cioè da un paese più piccolo, di inferiore importanza economica, e decentrato rispetto al territorio pievano. Durante i secoli precedenti il potere centrale si era frammentato, sull’intero territorio padano, in una moltitudine di centri minori, ed un processo del tutto analogo era avvenuto anche per le strutture ecclesiastiche. All’interno di ogni distretto rurale sorgeva una pieve, che acquistava una o l’altra forma di autonomia nei confronti dei poteri del vescovo. Le vicende successive segnavano di volta in volta la crescita o la perdita di questa autonomia nei confronti dei poteri vescovili, mentre sul piano amministrativo il potere dei vescovi si alternava con quello dei conti. La pieve, centro ecclesiastico della campagna, otteneva il diritto di battezzare, di seppellire i morti, di impartire le cresime e gli altri sacramenti, di indire le processioni e di esigere le decime. Se queste ultime rappresentavano l’aspetto più concreto della presenza della pieve nel territorio, processioni e pellegrinaggi ne costituivano un fondamentale simbolo esteriore, per radicare con nuove cerimonie di grande suggestione popolare la tradizione pievana nel contado. La dipendenza di Melzo da Corneliano, con ogni evidenza, pesava sempre più nella vita ecclesiale, “come dimostrano le dispute fra i vari canonici locali, che si fanno più accese in questo periodo, per la rivendicazione di prebende e benefici... Da tempo, quindi, la comunità melzese, ecclesiale e non, premeva per il riconoscimento formale di una superiorità che ‘de facto’ era già realtà rispetto ai borghi circonvicini. Le ambizioni melzesi di dirigere la pieve non erano evidentemente giustificate solo da questioni di prestigio. Una serie di documenti del XIV secolo prova quanto fosse diventata pratica comune, per i possidenti terrieri del tempo, quella di procurarsi risparmi fiscali intestando nominalmente alla chiesa le rendite derivanti da proprietà anche importanti. La circostanza dimostra come il privilegio di officiare nella sede principale della pieve rappresentasse per il clero locale la possibilità di aumentare in modo considerevole il proprio reddito, in un tempo nel quale - occorre ricordare - quello di sacerdote costituiva, sovente, solo un mestiere. Un censimento delle rendite ecclesiastiche assai più antico, risalente alla fine del Trecento, stimava già in 114 lire quelle di Corneliano e solo in 64 lire quelle di Melzo. Non è quindi azzardato né fantasioso pensare che la diplomazia trivulziana abbia fin da principio esercitato pressioni per il trasferimento a Melzo della Prepositurale. Così come è probabile che “un ruolo non marginale in questa complessa operazione politica” abbiano assunto due confraternite religiose: la Congregazione del Corpus Domini, o del Santissimo Sacramento, attiva dal 1543 e composta dai maggiori notabili melzesi - che pagava le messe periodiche, si occupava dell’organizzazione liturgica e curava la gestione della Chiesa e dei suoi beni -, e la Confraternita dei Disciplini, istituzione religiosa assai diffusa nel XVI secolo, i cui Scolari “rispettavano la tradizione di sfilare tre volte all’anno in processione con tuniche di tela grezza colorate”. Un rapporto di padre Vincenzo Lupi, rettore di Melzo, sullo stato di grave decadimento della prepositurale di Corneliano dà la spinta risolutiva alla decisione della diocesi milanese: egli informa che quella chiesa è “piccolissima et poverissima d’ogni cosa, et tanto ben coperta che piove peggio d’una cavagna”, e aggiunge che vi sono già cresciuti “tre arbori... ed è fatta tutta bosco, ove vanno li besti et anco viandanti et gli abitatori a purgar lo corpo” e conclude che quella zona “è piena di ogni sorti di banditi e scavezzacolli”. Il 18 agosto 1576 il cardinale Carlo Borromeo, anche a seguito della propria visita pastorale del 1573, dispone ufficialmente il trasferimento della Prepositurale e della Collegiata alla chiesa di Melzo intitolata ai santi Alessandro e Margherita. La scelta compiuta dal cardinale Borromeo sancisce perciò, non soltanto a seguito di queste multiformi pressioni, ma attraverso la valutazione complessiva delle circostanze descritte, l’effettiva crescita d’importanza della realtà ecclesiale melzese rispetto a quelle limitrofe. Se osserviamo l’intero periodo, durato quasi due secoli, che il borgo di Melzo trascorre nel segno della signoria trivulziana, ci colpisce lo scarto evidente tra la crescita, assai rilevante, della sua importanza politica ed amministrativa, e gli esiti molto più contradditori, quando non negativi, dell’evoluzione complessiva della società melzese e della sua campagna, sulle quali il peso della dominazione spagnola influisce ormai in modo determinante. La celebre, ricca ed influente famiglia dei feudatari riesce a fare di Melzo, come vedremo meglio, il capoluogo dal quale dipendono oltre settanta comuni del circondario, ne arricchisce la cittadella di chiese e monumenti, trasforma il suo piccolo castello in una mirabile, vasta e sfarzosa dimora di rappresentanza, e promuove, specialmente nella prima fase della signoria, una serie di iniziative per accrescere la vitalità e la prosperità economica del capoluogo del marchesato, tra le quali l’istituzione, fin dal 1513, del mercato settimanale rappresenta un punto di svolta di grande importanza. La formazione nel borgo di un ceto artigiano e commerciale, cominciata molti anni prima, trova al principio del XVI secolo, con l’affermarsi dei nuovi signori, il fattore decisivo per il suo sviluppo. D’altra parte, col passare degli anni, la distanza fra i signori milanesi ed il loro feudo aumenta e si approfondisce. Per governare Melzo il signore si affida ad un magistrato ed al podestà, da cui dipendono fanti e gendarmi, e la riscossione delle tasse, tramite i gabellieri: le più redditizie sono quelle sull’imbottato (vale a dire tutto ciò che sta in botte), oltre ai monopoli per l’esercizio dei mulini, dei forni, dei torchi, della macellazione e dello spaccio delle bevande. Fanti e gendarmi mantengono l’ordine. La figura del podestà diventa per gli abitanti l’incarnazione dell’autorità, molto più di quelle dei feudatari. A seguito del frequente succedersi dei vari signori, i consoli e i sindaci che in quel tempo rappresentano le comunità locali sono chiamati a pronunciare contrastanti impegni di fedeltà ai nuovi feudatari, attraverso solenni ed ormai anacronistiche cerimonie che ricalcano le antiche formule dell’ossequio feudale, tipiche dei secoli passati. Le loro figure non sono né autorevoli né rappresentative: le cariche vengono solitamente affidate ad un proprietario o a un fattore scelto fra i residenti, ma sono assegnate all’incanto, cioè concedendo l’incarico a chi si è proposto accettando il salario inferiore, aspettandosi poi di trovare un compenso nelle grandi e piccole malversazioni nei confronti dei concittadini. A partire dal 1556 la dominazione spagnola diventa definitiva, e prosegue per l’intero XVII secolo. Sarà, forse, il tempo più buio. La seconda metà del Cinquecento rappresenta un periodo di crescenti difficoltà per le campagne. Per scarsità di mezzi l’opera di bonifica ha iniziato una parabola discendente. Le difficoltà economiche risospingono la borghesia milanese verso i contadi, che però devono essere gestiti con la massima parsimonia. La dominazione spagnola favorisce ovunque la formazione di grandi latifondi e la concentrazione in poche mani del loro possesso. Nuovi vincoli feudali e nuovi gravami fiscali, uniti all’inefficienza dei proprietari e alla loro lontananza dai terreni che forniscono le rendite, deprimono la produzione agricola, frenano ogni innovazione e consegnano ai contadini una misera vita. La nuova organizzazione dell’azienda agricola si impernia sulle cascine e sulla nuova figura del bracciante salariato, che si muove ogni anno, inseguendo un nuovo contratto, nel giorno di San Michele o di San Martino, incapace di uscire da una vita sempre più miserabile e subalterna. La sua definitiva esclusione dall’uso degli spazi incolti e la trasformazione dell’economia rurale, che diventa sempre più cerealicola, deprimono la sua condizione ed impoveriscono la sua alimentazione, ormai del tutto priva della varietà che in passato l’aveva caratterizzata. Se la sussistenza delle classi subalterne nei centri urbani dipende essenzialmente dal pane, il contadino mangia quasi sempre polenta, zuppa ed ortaggi: porri, cavoli, rape, aglio e cipolle. La frutta è considerata superflua e la carne, troppo costosa, è sostituita dalle interiora degli animali, cibo assai più economico. “Le figure che compaiono (nei dati censuari del tempo) sono il possidente “il qual abita a Milano”; il fittavolo che ne cura gli interessi, possiede in proprio qualche bestia e un servo di casa, il famiglio; gli zappatori stagionali, che vanno e vengono per i maggiori lavori; il bracciante che si trasferisce da questa a quella proprietà per contratto. Tra questi ultimi, i cognomi denotano spesso la provenienza d’oltre Adda”. Nell’agosto del 1602 il podestà di Melzo promulga un bando nel quale dispone che nessuno tenti “di fabricare pane venale d’altra composizione che di bella e buona e laudabile farina di formento, et essendo pane di mistura, sia composto di belle e buone farine di segale e di miglio... sotto pena di scudi dieci ai trasgressori”. L’uso di confezionare un pane sempre più povero, fatto con cereali infimi, si è purtroppo diffuso a causa di una crisi che nessun bando può nascondere o mitigare. Anche all’interno del borgo la stagnazione economica del territorio si fa sentire. La popolazione decresce e le attività commerciali, un tempo fiorenti, si diradano. Restano un medico e uno speziale, un cancelliere ed uno scrivano, un barbiere, un calzolaio ed un fabbro; ci sono falegnami e laboratori del cuoio, tessitori, un maniscalco e un merciaio che vende carte e stoffe, candele e cordami. Proliferano la macellazione e la panificazione clandestine. Sopravvivono i mestieri di pubblica utilità: ci sono un campanaro, uno stradino, un sepoltore. Molti sono i servitori e i famigli al servizio dei possidenti. Le strade sono piene di mendicanti. Le contrade, le chiese, il castello. Non possediamo alcuna immagine di Melzo al tempo dei Trivulzio. Il più antico documento in nostro possesso è una mappa disegnata da Ferrante da Lodi nel 1623, ma la realtà urbana che essa ci descrive non è diversa da quella del secolo precedente e sarebbe rimasta immutata, nella sua sostanza, anche nei secoli successivi. Proviamo a descriverla cominciando dal territorio che circonda il paese, cioè da qualcosa che Ferrante non avrebbe potuto rappresentare, perché non c’è. Nel paesaggio del luogo dove l’antico villaggio è stato fondato é del tutto assente, in altre parole, un forte connotato topografico: mancano un fiume, un ponte, una collina o almeno la svolta di un’antica strada, che giustifichino o suggeriscano la decisione di edificare il paese in questo punto della pianura invece che in qualunque altro. “D’altra parte, questa relativa indifferenza del luogo, questa sua mancanza di riferimenti naturali sui quali conformare un impianto urbano, fornisce il presupposto per la formazione di una città radiocentrica, il cui nucleo è di perimetro accentrato e le cui espansioni si aprono in tutte le direzioni”. Nella mappa, il paese ci appare come un perimetro irregolare che ha vagamente la forma di un triangolo equilatero, recintato da mura. Questa piccola città ha una struttura radiale perché esiste, al suo interno, un telaio di vie principali che si incrociano con una rete di strade minori, disposte rispetto al centro come i raggi di una ruota, che mettono in comunicazione le vie centrali più lunghe con le strade che corrono ai margini delle mura. All’esterno della città antica c’è un viottolo che costeggia la cinta, lasciando lo spazio per lo scorrimento di un fossato difensivo, largo non più di cinque-sei braccia: è il cosiddetto “Fossato del Conte”, il cui nome è stato tramandato da alcuni documenti coevi. La struttura delle contrade presenta un rilevante carattere di uniformità. Le vie curve più interne e le strade più lunghe, che sono quasi sempre parallele ai lati del perimetro, “potrebbero anche ricalcare la linea di un’ipotetica cerchia di mura più antiche”. Chi osserva la mappa si accorge che ogni linea edificata, rappresentata dalle costruzioni che sorgono lungo le vie centrali, è separata dall’altra dagli spazi ampi delle corti agricole, che hanno forme “più ampie e distese nelle fasce marginali, più serrate nelle aree centrali” e che rappresentano, in questo come negli altri paesi della campagna, “l’elemento tipico costitutivo della struttura urbana”. Attorno alle corti, gli edifici presentano la forma classica “della casa agricola a due piani a ballatoio, accompagnata dai porticati di servizio”, forma che molto più tardi si trasformerà, nell’epoca della rivoluzione industriale, nella tipica casa di ringhiera della tradizione proletario-lombarda. Altre tipologie edilizie sembrano, osservando il disegno, piuttosto sporadiche: qualche casa padronale, abitata dai possidenti del borgo, si alterna agli altri edifici, mentre alcune casette indipendenti, con l’orto o il giardino, si scorgono lungo il perimetro più esterno. Molto più evidenti nella mappa sono, fin dal primo sguardo, i profili dei due conventi situati al di fuori delle mura, uno a settentrione e l’altro accanto alla Porta meridionale, e gli spazi che corrispondono alle varie chiese, oltre a quello, di gran lunga il più ampio, occupato dal vasto palazzo dei signori di Melzo, che si estende a ridosso delle mura settentrionali non distante dalla Porta che conduce a Milano. Al centro, nella piazza grande, si vedono la Torre ed un grande porticato, dei quali diremo più avanti. La prima notizia sull’esistenza di un castello all’interno delle mura di Melzo risale al 1278: sull’epoca e le circostanze della sua fondazione non sappiamo altro. Del suo impianto primitivo restano solo la Torre a pianta quadrata sul fianco sinistro e gli archi a sesto acuto, caratteristici degli edifici risalenti al secolo XIII, nella corte interna. La piccola fortezza, di impianto gotico-medioevale, era collegata tramite lunghi sotterranei a vari punti strategici posti a difesa del borgo. Nel momento in cui Ferrante da Lodi disegna la mappa di Melzo il castello ha già subito le sue principali trasformazioni esterne, ed appare considerevolmente più vasto. Nella seconda metà del Cinquecento, Gian Giacomo Teodoro Trivulzio e sua moglie Laura Gonzaga lo hanno ampliato, incorporando il palazzo adiacente e aggiungendo una costruzione nuova al suo nucleo originario. Quasi un secolo dopo il Cardinale Gian Giacomo Teodoro II, con larghezza di mezzi e gusto sicuro, l’ha incomparabilmente arricchito affrescando muri e scaloni, aprendo nuove finestre, innalzando soffitti, aggiungendo dipinti ed arredi, fontane, statue, decorazioni preziose, mosaici e labirinti. Il suo Palazzo è un gioiello dell’arte seicentesca, una splendida dimora di rappresentanza che vuole comunicare ai suoi ospiti l’immagine sfarzosa della grande potenza della famiglia. La basilica principale di Melzo, il cui nucleo primitivo è romanico e risale con ogni probabilità al secolo XI, in origine era una semplice abbazia, retta dai francescani ed intitolata al nome di Dio: la sua attuale struttura esterna, con gli imponenti archi sestacuti in stile gotico-lombardo, risale al XIV secolo, mentre di stile romanico a bifore rimane il campanile. Viene intitolata ai santi Alessandro e Margherita solo a partire dal 1555, per volontà del Vescovo di Lodi. Oltre alla chiesa prepositurale ci sono nel borgo altri due oratori, il primo dedicato a Sant’Andrea e il secondo, l’attuale Chiesa di S. Maria delle Stelle, che sorge fuori dalle mura, presso il convento dei Carmelitani. Come la chiesa maggiore, entrambi questi oratori hanno una sola navata con archi a sesto acuto. Sant’Andrea, come attesta un atto notarile, esisteva già nel XIII secolo: più tardi i suoi proprietari lo cedono alla ecclesia locale. Altre due chiese saranno costruite ben presto: quella di San Francesco, che risale alla metà del Seicento, verrà fatta edificare dai Trivulzio come sede di due importanti associazioni religiose, la Congregazione del Corpus Domini e la Compagnia della Carità e della Buona Morte. Pochi anni più tardi, la chiesetta di Sant’Antonio sarà edificata nella contrada omonima sempre per volontà dei Trivulzio, che intendono collocarvi le loro tombe. Ma si è detto che la pianta del 1623 disegna un edificio accanto al grande porticato posto al centro del borgo. Quella che noi conosciamo come Torre Civica rappresentava, in realtà, il campanile di una chiesa intitolata a Sant’Ambrogio, che affacciandosi sulla piazza Grande sorge quindi a poca distanza dalla prepositurale. Non ci è stato tramandato alcun disegno di questa chiesa, così come non sono del tutto chiare le circostanze che portarono, oltre due secoli dopo, al suo abbandono ed alla distruzione successiva. Il più antico documento che la riguarda risale al 1453, ma la prima descrizione conosciuta è del 1570. Sant’Ambrogio ha due navate della stessa lunghezza ma di larghezza differente, alle quali si accede da due porte diverse. La sua costruzione é ancora incompleta: il pavimento è stato realizzato solo in parte e l’edificio, sotto le tegole, manca dell’intero soffitto. Sull’altare maggiore gli affreschi risultano già corrosi e la volta dell’abside è danneggiata. Nel 1618 un ordine del cardinale Federico Borromeo dispone di consentirne l’accesso solo ai Disciplini, per impedire un suo uso profano. Sorprende, in questo quadro, una descrizione assai più tarda di Sant’Ambrogio, datata 1751: essa ci rivela che una maestosa basilica, assai più grande, è in corso di costruzione sui resti del vecchio edificio: dobbiamo pensare che Teodoro Trivulzio, attraverso l’edificazione di un nuovo ed imponente luogo di culto sulla piazza centrale del borgo, intenda glorificare una volta per tutte il proprio casato. Le testimonianze di quanti assistono alla costruzione del nuovo tempio non disdegnano i superlativi: “ecclesia insignis... magnificae structurae...edificari coepta Divo Ambrosio sacra..”. Ma già nel 1766 la chiesa non compare più nell’elenco degli oratori che dipendono dalla prepositurale di Melzo: è possibile che il Rettore non gradisse la costruzione di un tempio più grande del suo, oppure che non venisse consentito al Principe di porre sulla facciata della nuova chiesa lo stemma di famiglia. La fine di S.Ambrogio è segnata. Nel 1772 la costruzione incompiuta è scoperchiata da un uragano; dodici anni più tardi è utilizzata come deposito di legname; nel 1809 viene demolita. Facciamo però adesso ritorno al 1568, per ritrovare padre Vincenzo Lupi, rettore di Melzo, alle prese con un avvenimento straordinario. Fuori dalle mura, non lontano dall’attuale Porta Lodi, che allora si chiamava Scoladrera, esisteva “una piccola cappella, o meglio...un Pilastrello, nel quale era collocata l’immagine della Vergine Maria con il bimbo Gesù in braccio, e probabilmente gli immancabili santi Sebastiano e Rocco”, presso la quale una tradizione popolare più antica immaginava avvenuta un’apparizione della Vergine e lo sgorgare di una fonte d’acqua miracolosa. In una terra ricca di fontanili, leggende simili erano molto frequenti, e la tradizione ecclesiastica non vi diede mai credito. In data 11 maggio 1568 alcuni fedeli riferiscono che l’immagine della Madonna ha aperto e chiuso gli occhi più volte e che il volto ha preso colore, “fino a parer viva”. Si diffonde ben presto la voce di guarigioni miracolose. Il luogo si riempie di fedeli e di pellegrini, e il Vicario dell’Arcivescovo richiede una relazione al Rettore di Melzo, che interroga i testimoni e il 18 giugno 1568 trasmette una dettagliata memoria, fortunatamente conservatasi intatta. Gli eventi miracolosi si esauriscono nei giorni seguenti. Quattro anni più tardi nei pressi della cappella si posa la prima pietra di una nuova chiesa, ma in seguito è il cardinale Carlo Borromeo a consigliare di convertire la costruzione in un convento, da dedicare a Santa Maria della Neve. Quando, l’anno seguente, il convento è finito, il cardinale Gian Giacomo Teodoro Trivulzio vi si ritira e vi muore. Retto dai Cappuccini, il convento resta attivo per oltre due secoli. Nel 1805 l’edificio diventa demaniale e nel 1844 privato. Due opere d’arte che vi si custodivano, una Madonna della Neve attribuita alla scuola di Leonardo, e una Deposizione attribuita al Cerano, vengono spostate in San Francesco. La cappella votiva dapprima sopravvive al convento, al quale era stata annessa nel 1603, quindi scompare. Bisogna però adesso dare conto della relazione di padre Lupi sui miracoli della Scoladrera, che riletta con occhi moderni travalica l’interesse specifico e ci consegna una serie di interessanti notizie sul borgo seicentesco. La lettura ci rivela per la prima volta i nomi di molti abitanti di Melzo. Il sacerdote non indica mai la professione dei suoi testimoni, ma ci presenta alcuni di loro come nobildonne e messeri, ne indica altri come mastro o maestro, cioè come artigiani e comunque non contadini, mentre non fornisce alcuna indicazione sui rimanenti, che appartengono quindi alle classi povere. Incontriamo, fra i cittadini ricchi, i cognomi Fasoli, Gallarati, Guazzoni, la cui etimologia appare intuibile, e fra gli altri un Locardi, un Ferrari, un Mandelli, un Maghini, cognomi che a Melzo, dopo diversi secoli, sono ancora presenti. Donne e uomini delle classi elevate si chiamano Ludovica, Laura, Giulia, Ambrogio, Ottaviano. Più prosaicamente, i popolani si chiamano Antonio, Francesca, Bartolomea. In merito delle testimonianze, e quindi al linguaggio dei testimoni, colpisce la loro assoluta concordia nel riferire gli avvenimenti: le stesse parole coincidono spesso in modo perfetto, inducendoci a sospettare che il sacerdote, redigendo il verbale, ci abbia messo del suo. E’ degno di rilievo come la totalità degli interrogati, senza distinzione di classe, riferisca i fatti narrati non citando mai il calendario civile, ma quello delle varie festività o ricorrenze religiose. Colpisce il lettore moderno la fede assoluta degli infermi nella possibilità di ottenere una guarigione per virtù soprannaturali, contrapposta ad una completa e rassegnata sfiducia nei confronti dei medici, anzi dei barbieri, del loro tempo. E si trova, nel testo, più d’un riferimento ai riti esorcistici praticati pubblicamente dallo stesso Vincenzo Lupi su persone definite come “inspiritate” ed “indemoniate”. La storia della chiesa di S.Ambrogio e del convento carmelitano, tra progetti grandiosi, adattamenti e rifacimenti interrotti ed abbandonati, fa intuire la complessità dei rapporti, per quasi due secoli di vicende melzesi, tra il potere temporale dei Trivulzio e quello ecclesiastico. Le pressioni esercitate per il conferimento al borgo della prepositura, i progetti di edificare una magnifica basilica ad onore e gloria della famiglia, sottolineano efficacemente il desiderio e l’ambizione dei principi di manifestare tangibilmente l’influenza, la potenza e la ricchezza del proprio casato; la prudente saggezza dei Borromeo ed in genere della Curia milanese testimoniano la capacità del potere ecclesiale di far comunque prevalere, sulle ambizioni signorili, le ragioni più vaste del proprio disegno strategico nei confronti delle comunità locali. Melzo consiste in questo Borgo che lor Signori vedono... Il 26 luglio 1678 muore il principe Antonio Teodoro Trivulzio, all'età di ventinove anni e senza discendenti. Il suo vasto feudo viene messo in vendita al pubblico incanto, ad una tariffa ufficiale che, secondo le consuetudini, fa riferimento al numero dei fuochi (come si chiamavano le famiglie censibili residenti) ed alla rendita finanziaria derivante dal valore dei dazi e delle altre entrate fiscali. L'intero territorio del feudo conta 3.313 fuochi - all'incirca sedicimila abitanti - 284 dei quali sono attribuiti a Melzo, che ha dunque una popolazione approssimativa di 1.400 abitanti. Molte comunità del circondario, animate da un crescente desiderio di autonomia, si ricordano del Privilegio di precedenza concesso a suo tempo ai comuni in caso di mancanza di un feudatario, e decidono di approfittare della circostanza per redimersi dal feudo: una opportunità assai complicata e costosa, ma almeno per una volta possibile. Negli anni che seguono la morte del principe Antonio Teodoro sono in tutto settantasette i casi di redenzione dal feudo avvenuti nel ducato di Milano. In ognuno di questi comuni la scelta autonomistica è sostenuta dagli interessi agrari e commerciali, spinti dalla speranza di risparmiare sui dazi e di ottenere una maggiore libertà nei mercati. Ed accade che anche i melzesi - intendiamo dire i benestanti ed i possidenti melzesi, perché la popolazione povera assiste nella più completa estraneità a simili eventi - decidano di partecipare all'asta e quindi di contrattare il prezzo. Vi riescono: versate 20.480 lire imperiali in quattro rate, a partire dal marzo 1690, il 3 maggio 1691 la comunità riconquista l'autonomia. Durante le complesse trattative, ispettori della camera ducale si presentano a Melzo per eseguire le necessarie verifiche. Li accompagna il console del borgo, che si chiama Geronimo o Gerolamo Villa, la cui testimonianza ci fornisce una preziosa descrizione del comune settant’anni dopo il disegno del 1623. Se finora abbiamo descritto il borgo di Melzo dall’alto, limitandoci ad illustrare il disegno di Ferrante da Lodi, ora la relazione del console ci accompagna a percorrere molto più da vicino le contrade e le strade del paese verso la fine del Seicento. Ecco dunque una sintesi della sua descrizione: “Melzo consiste in questo Borgo che lor Signori vedono, e vi sono quattro porte, una che si dimanda Porta Feriana che è quella che va a Milano, altra che viene dal Lodigiano alli Cappuccini, altra che viene dal Cremasco Porta Bovera, altra chiamata il Portello con la quale si va a Pozzuolo Gera d'Adda. Le Contrade consistono in quattro che sono li principali, omettendo li traversi... Aria grossa e pessima per li risi; la gente non vi habitano volentieri, e loro Signori nel passeggiare per Melzo vedranno quantità di case e botteghe vuote... Sono cinque gli huomini septuagenari che non concorrono alli carichi, e dal poco numero dei vecchi comprenderà la S.V.Ill. se questa è aria buona o cattiva... La Comunità per invitare il Popolo ad habitare qui in Melzo non ha mancato di pubblicare un editto col premio della metà dell'esenzione per tre anni... ma venne qualcheduno ben povero e miserabile o fallito, e fu tosto di danno che di utile mentre rubavano per vivere, e così la Comunità li discacciò... Vi sono tanti poveri che qualcuno non ha neanco camino, come hanno visto, né pignatta per bollire, dormendosene sopra la pura paglia”. Conviene non allarmarsi: descrivendo il proprio comune in una luce tanto misera il console sa bene di non dichiarare tutta la verità, ma il suo tono lamentoso é giustificato dai migliori propositi: posti in evidente difficoltà dal prezzo del riscatto, i melzesi stanno cercando di ottenere una proroga ed insieme uno sconto. Per chi voglia ora cercare di stabilire in che misura Geronimo Villa abbia mentito, diremo che in quegli anni, come abbiamo già potuto accennare, l’importanza amministrativa del borgo era in realtà del tutto evidente. “Dipendevano dal forte castello di Melzo settantuna terre, quattro delle quali spettavano alla pieve di Corneliano, ventiquattro a quella di Gorgonzola, otto a quella di Settala e trentaquattro a quella di Segrate” Per il resto, sappiamo che la commissione incaricata della verifica valuta il perticato in diecimila pertiche coltivate a riso, vidore, prati e boschi; che la stessa relazione del console non può evitare di nominare l'esistenza di dieci cascine e di tre mulini; che il numero dei capi famiglia soggetti a carichi fiscali, indicato dal console in 181, risulta in realtà pari a 284 e viene infine portato, dopo un’estenuante trattativa, a 208; che, infine, viene constatata l'esistenza di cinque chiese e di due conventi: quello dei Padri Cappuccini, già ricordato dal console, e l'altro dei Carmelitani, chiamato di Santa Maria delle Stelle, che sarà trasformato in ospedale nel 1770. La segnalata esistenza di cinque settantenni si deve inquadrare in un mondo dove la metà della popolazione fatica ad arrivare a quarant’anni di età. La povertà diffusa è il solo dato certo, ma il censimento compiuto nell'occasione rivela anche l'esistenza di un bastaro (cioè di un sellaio), un seccionaro (un bottaio), tre barbieri, due cervellari (come si chiamavano i macellai), un maniscalco, un tessitore, un cavagnaro (cioè un canestraio), due prestinai, due speziali (farmacisti), due postari (venditori di generi alimentari), tre osti, due sarti, un mercante con tintoria, un ferraro ed un calzolaio, a testimoniare la diffusione di una struttura artigianale che per l'epoca dobbiamo considerare rilevante. Si aggiungano, per passare alle cosiddette professioni nobili, la presenza di un notaro, di un fisico (così si chiamavano i medici) e addirittura di un orologiaio, circostanza questa assai sorprendente, se si considera che in quel tempo é ancora in uso la clessidra a sabbia. Quel che più conta, anche se nella sua relazione la diplomatica prudenza di Geronimo Villa tralascia di ricordarlo, è che “al martedì d'ogni settimana si teneva nel borgo di Melzo un mercato de' più floridi in Lombardia, che data fino dall'anno 1619”. Istituito fin dal 1513, come abbiamo già detto, e concesso infine al borgo dopo una interminabile controversia con i paesi vicini, durata fino al 1739, verso la fine del XVI secolo il mercato occupa un posto centrale nell’economia del contado, e forse della regione. Si è perduta ogni testimonianza sul mercato antico, ma quasi due secoli più tardi esso si presenta ai frequentatori ancora più ricco e “come il luogo più acconcio allo smaltimento de' prodotti, non che del basso e dell'alto milanese, dell'intera Brianza. Vi abbondano i cereali di ogni sorta, gli agrumi, i frutti, l'olio, il grasso, il lino, i latticini, le telerie, gli attrezzi domestici e rurali, il grosso e minuto bestiame”. Se il borgo seicentesco rappresenta con ogni evidenza uno dei centri più vitali dell'economia agricola del suo tempo, è anzitutto il suo mercato settimanale a conferirgli gran parte di questa importanza. La stessa esistenza, fra le botteghe sparse nelle strade del centro, di una fitta rete artigianale, trova la spiegazione più esauriente proprio nell’attiva presenza del mercato, e nella sua capacità di richiamare a Melzo ogni settimana una grande quantità di coltivatori, visitatori e clienti. La realtà, purtroppo, spesso si incarica di rendere vane le aspettative più nobili. Negli anni successivi, una nuova stagione di crescita premia - nei comuni che si sono riscattati dal feudo - i possidenti e i mercanti che avevano sostenuto le ragioni dell’autonomia. Non é questo il caso di Melzo. La grave perdita d'importanza e di prestigio, derivante dal non essere più il capoluogo del feudo, oltre che la perdita del relativo indotto economico, provoca una forte regressione dell'economia del borgo ed una crisi demografica, a cui si devono aggiungere, di lì a pochi anni, gli effetti devastanti di una nuova epidemia di peste. Dodici anni dopo il riscatto, il paese é sceso da 284 a 208 fuochi, e quando un nobile si dichiara pronto a rifondere ai melzesi quanto hanno speso per l'autonomia, molti sarebbero disposti ad accontentarlo. Dal Seicento all’Ottocento: la vita nel borgo contadino. Sulle vicende della società melzese nel Seicento, considerato lo stato frammentario delle ricerche attuali, sappiamo ancora assai poco. Fanno eccezione solo le scarne notizie tramandateci intorno alle epidemie di peste: sappiamo che il lazzaretto di Melzo era poco distante dalla cappelletta dedicata a San Rocco, sulla strada per la cascina Moneta, e che in un altro campo, vicino alla cappella detta della Madonnina, era posto il cimitero degli appestati. Durante l’intero XVIII secolo l’autonomia comunale appena riconquistata è più volte perduta e ripresa. Conosciamo ben poco anche del paese settecentesco, se escludiamo questi frequenti cambiamenti amministrativi. Tra i comuni del territorio milanese, Melzo resta un centro agricolo fra i più rilevanti, cui il mercato conferisce una più specifica identità, e dove le prime manifatture tessili acquistano gradualmente importanza. Conosciamo i nomi di alcuni tra i principali possidenti di questo periodo: la famiglia di Ambrogio Villa, che discendeva dal console Geronimo, possedeva nell’ultima parte del secolo 12 case e 1120 pertiche di terreno, 880 delle quali formavano la “possessione della Cascina Banfa”. Marco Tarlarino, fittabile alla cascina Moneta, possedeva 1100 pertiche, con proprietà alla cascina Castagna; la famiglia Cinquanta, nella quale vi erano “mercanti di panno e tintori”, era proprietaria di diverse case. Notizie più documentate si riferiscono agli ultimi anni del secolo. Si ha notizia di gravi disordini esplosi nel borgo durante la carestia del 1772. Le cronache ci ricordano poi che a partire dal 1788 si comincia ad illuminare le strade con lampioni ad olio, regolati secondo le fasi lunari. Quel che più conta, Melzo ha un ospedale, detto di Santa Maria delle Stelle, a partire dal 31 maggio 1770. La sua fondazione è stata disposta da Maria Teresa d’Austria, trasferendovi una rendita di dodicimila lire finora destinata alla chiesa di S.Francesco e “concentrandovi i beni dei soppressi monasteri de’ Carmelitani in Melzo, delle Agostiniane di Inzago, de’ Minori conventuali di S.Francesco in Pozzuolo” oltre ad elargizioni provenienti da altre congregazioni religiose. Nel 1866 “lo spedale” ha 56 letti, “deve il suo ampliamento ad alcuni lasciti privati ... ed è ora provveduto di un patrimonio ammontante a italiane lire 556.000, con un’annua rendita di circa lire 28 mila...” Secondo l’Antiquario della Diocesi di Milano pubblicato nel 1790, Melzo conta in quegli anni 1655 abitanti. Si conosce anche un ultimo episodio di terrore collettivo, che coincide col passaggio nelle campagne dell’esercito austriaco nell’aprile del 1799 e che pare riportare nel paese la perduta memoria delle violenze legate alle guerre del Quattrocento. “Avvi ancora qualche vecchio - annota il Muoni sessant’anni più tardi - il quale rammemora le concussioni, gli stupri e le rapine delle barbariche orde austro-russe. Tale era il terrore che gli abitanti, deposto in tutta fretta sulla pubblica piazza il pane, la carne, il vino, e quant’altro mai avesse potuto occorrere a que’ malaugurati ospiti, sbarravano le porte delle loro case e correvano ne’ luoghi più reconditi, non osando di uscirne finchè tutti non se ne fossero andati”. Si sa, infine, che negli ultimi anni del Settecento il borgo ha un maestro elementare che insegna a 60 ragazzi maschi a leggere e scrivere, aggiungendovi “l’aritmetica minore e la Dottrina del sabato”, con lezioni che si svolgono dalle ore sedici alle venti, perché durante il giorno i ragazzi devono lavorare. Alle femmine insegnano solo a “far calzette e cucire”. La scuola pubblica, per loro, comincia solo nel 1823. Dobbiamo al Muoni e alla sua capacità di sintesi l’estrema chiarezza di questa nota sulla realtà delle campagne: “Il Naviglio della Martesana segna una linea di confine fra l’alta e la bassa Lombardia, fra una specie di coltivazione e l’altra. Alla destra le proprietà suddivise, le mezzadrìe e i pigionanti colle loro miserie e la loro indipendenza, il terreno asciutto, il frumento, il grano turco, la vite, il gelso, la segale, l’orzo, l’allevamento dei bachi e alcuni pascoli: alla sinistra i latifondi, le affittanze ed i giornalieri avventizj...i prati irrigui, le marcite, le risaje, la fabbricazione del burro, dei formaggi e di altri latticinj... La maggior parte dei coloni o mezzaiuoli delle terre più elevate...tengono in affitto piccoli prati nelle inferiori e ne ritraggono il più grande beneficio...Egli è sui prati di Gorgonzola, S. Agata, Melzo, Vignate, Inzago e Pozzuolo che si mietono i migliori fieni pei cavalli di lusso di cui va estremamente ricca la propinqua Milano.. “Devesi attribuire...alla speciale postura del luogo se col burro, il cacio e il formaggio di grana, comuni ad altre parti del Milanese, al Pavese ed al Lodigiano, si producono...anche gli eccellenti stracchini, così originariamente chiamati perché ottengonsi col latte, che appena munto da quelle vacche stracche, viene tosto quagliato, senza spogliarlo delle parti burrose..”. La comparsa del grande contratto d’affitto in denaro tra fittabile e proprietario risale nelle campagne lombarde alla fine del secolo XV: giunti al principio del XIX secolo, esso rappresenta la regola nella campagna lombarda, che è ora interessata da nuove e importanti trasformazioni economiche. “L’investimento di ingenti capitali nelle opere di sistemazione fondiaria e di irrigazione, insieme alla specializzazione delle colture, segnarono infatti, in quel periodo, la penetrazione (nelle campagne) di rapporti economici mercantili...dalla quale risultarono gradualmente estromessi i piccoli proprietari” destinati a ritornare, col tempo, semplici lavoratori dipendenti. La fertilità naturale della campagna si coniuga alla nuova funzionalità delle opere idrauliche per l’irrigazione. Una preziosa inchiesta sulla campagna lombarda svolta negli anni 1835-39 ci spiega che l’acqua destinata all’irrigazione è “di fiume per la maggior parte e de’ fontanili la restante”. “La prima derivasi dal fiume Adda a mezzo del canale navigabile detto Naviglio della Martesana, nonché dall’altro canale detto fiume Muzza. Dai detti canali è derivata mediante bocche a stabilito modulo che sfoggannovi roggie che pure di tratto in tratto distribuiscono l’acqua con altre bocche”, le acque dei fontanili sono invece “raccolte in canali d’irrigazione, colla differenza che queste, essendo d’esclusiva ragione di privati, ne usano a piacere”. Nella rinnovata e ingrandita azienda agricola del principio del XIX secolo, il fittabile dirige autonomamente una produzione che richiede investimenti di assoluto rilievo, e utilizza il prato stabile “con un moderno sistema di rotazione, non più interrotto da periodi di riposo a maggese”, visto che la rotazione delle colture viene ora praticata generalmente nell’arco di cinque anni, “con destinazione del terreno per il primo anno a frumento, per il terzo e il quarto a prato, per il quinto a granoturco e con un periodo di riposo nel secondo anno”. Può sembrare non verosimile, ma nonostante la storia di Melzo sia, per molti secoli, quella di un paese dedito esclusivamente all’agricoltura, disponiamo ancora di scarsi dati sulla storia della produzione agricola. Fanno eccezione quelli che si ricavano dall’inchiesta di Karl Czoering, segretario del Presidente del Governo Lombardo, svolta in tutti i contadi della regione. Dalle risposte fornite alle 52 domande dell’indagine agraria, apprendiamo che in quegli anni esistono a Melzo 85 proprietari di terreni, numero che evidentemente comprende tutte le piccole proprietà. Si coltivavano, prevalentemente, cereali. Vengono censite 2500 piante di gelso, 120 di lino e 5 di noci. L’allevamento è costituito da 104 cavalli, 38 buoi e 220 vacche. Secondo la stessa inchiesta, Melzo ha 1905 abitanti, la popolazione attiva ne comprende 1032 e le famiglie residenti sono in tutto 230. Il loro numero è dunque inferiore a quello che il console Geronimo Villa indicava già nel 1690. Non occorre sottolineare che all’interno della rotazione delle colture i prati marcitori costituiscono l’elemento più importante dell’economia agricola, indispensabile per l’ allevamento dei bovini. Il loro latte, a partire dalla seconda parte del secolo, garantirà la prosperità e le molte fortune dell’industria casearia melzese, che in questo periodo vive ancora una fase domestica ed artigianale. In merito alla nascita, negli stessi anni, delle prime industrie, dobbiamo invece al Gentili la notizia che alla fine del secolo “esistevano nel comune cinque filatoi di seta, ma occorre aggiungere come tutti...avessero vita stentata, perché la foglia veniva venduta con vantaggio in Brianza, così che il raccolto dei bozzoli era sceso e nel 1810 i trenta fornelli erano inattivi”. A tempi più remoti risale la prima notizia nella storia della manifattura melzese: fin dal Seicento esisteva una fornace, edificata nei pressi del Molino di Sotto, che a metà dell’Ottocento produceva 300.000 mattoni e 400.000 tegole ed era di proprietà di Carlo Caracciolo Trivulzio prima di passare all’austriaco Krauss. La medesima fonte ci narra di una seconda fornace, più recente, e ricorda che a Melzo la crisi dell’industria tessile finisce nel 1838, quando Giuseppe Bianchi affitta sette locali dell’ex-Convento dei Cappuccini per fondarvi un’industria di cotone. Più precisi sono i dati consegnati da un attento esame del censimento del 1815, il più antico di quelli rimasti intatti negli archivi. Esso indica che il 62 per cento degli abitanti appartiene alla classe lavoratrice agricola: la metà esatta è costituita da contadini, e per oltre il 30 per cento da donne che, di fronte all’ufficiale di censo, si qualificano come tessitrice. Tutte o quasi lavorano a domicilio, alternando il lavoro dei campi e quello in casa con le ore passate al telaio. Siamo, quindi, di fronte alla realtà di una manifattura tessile che non ha ancora generato una classe operaia industriale modernamente intesa, per cui, escludendo i domestici, all’interno di quel 62 per cento di popolazione che costituisce la classe subalterna, i lavoratori non contadini sono rappresentati soltanto dai pochi operai addetti ai servizi. Riguardo al resto della popolazione attiva, il medesimo censimento, oltre al 5% rappresentato dagli agricoltori, rileva la presenza di pochi altri individui, che appartengono alle cosiddette professioni elevate, mentre il 28 per cento degli abitanti appartiene alle classi medie: tra questi, quattro su dieci sono gli artigiani e cinque su dieci i commercianti. La famiglia-tipo melzese nella prima parte dell’Ottocento è dunque formata da un contadino e da una casalinga estenuata dal triplo lavoro: hanno pochi figli, perché pochi sono quelli che sopravvivono, che diventeranno un contadino e una tessitrice anche loro. Quali sono le condizioni di vita di queste famiglie? Com’è cambiato il paese dove abitano?. Le vecchie mura del borgo sono state distrutte e di esse “non si scorgono più che pochi e disseminati avanzi”. Delle sette torri che le adornavano, solo due sopravvivono. Nel 1838 la contessa Cristina Belgioioso ha venduto il Palazzo Trivulzio al commerciante Pietro Cagliani. Da tempo il palazzo era un peso per una famiglia ormai allontanatasi definitivamente dal comune, e Cristina era impaziente di procurarsi nuovo denaro per finanziare i moti risorgimentali. Negli anni seguenti sarebbero iniziati la rapida decadenza e quindi lo scempio definitivo di quello che era stato il gioiello architettonico del Cardinale Gian Giacomo Teodoro II. Alcune botteghe prendono il posto dei locali affacciati sulla strada Feriana e sulla Piazza Piccola. Negli immensi saloni si abbassano i soffitti, si ricavano nuovi locali, mezzanini e tramezzi. Gli affreschi preziosi vengono cancellati da strati pesanti di vernice e di calce. Nel 1860 tre aziende tessili installano nel palazzo, in locali presi in affitto, una sessantina di telai. Infine, nel gennaio 1886, il palazzo è acquistato dal Comune per adibirlo a sede delle scuole elementari e dell’asilo infantile. Il prezzo stabilito è di lire 10.719. I lavori di adattamento dell’edificio alla sua nuova funzione completano la distruzione del più prezioso monumento melzese. Il borgo - lo si è visto dalla sommaria descrizione della pianta seicentesca, ma passati due secoli la fisionomia urbanistica melzese resta più o meno la stessa - trova il proprio centro in due piazze, da cui si dipartono ancora le quattro contrade originarie di cui riferiva la relazione del 1690, e le altre più recenti. Tra le quattro della tradizione, quella chiamata Friani (dal nome dell’antica porta) corrisponde all’attuale via Bianchi e conduce, partendo dalla piazza più piccola, ad uscire dalle mura verso Milano; la Scoladrera, che porta nella direzione opposta, ospita nel primo Ottocento il tribunale e si chiama per questo “della Giudicatura” e più tardi contrada dell’albergo Maggiore, per essere infine dedicata ad un cittadino illustre, Ambrogio Villa. Sul lato est la contrada del Bargello (cioè delle carceri) sarà chiamata in seguito popolarmente dell’Osterietta, prima che questo locale, diventato albergo, sia ribattezzato Stadera; la contrada cambierà ancora nome mutandolo in San Francesco, dal nome della sua chiesa, quindi Umberto I ed infine Matteotti. Ad essa adiacente, unica a non cambiare mai denominazione, la contrada di Sant’ Antonio è come sempre divisa in due rami ed intensamente popolata. Tra i nomi più recenti s’impone la scelta di chiamare le strade o le piazze in relazione al loro uso: ed ecco la Piazza del Riso e quella del Formaggio, la Conserva e la Piazza del Grano. Per il resto, Melzo è fatta di cortili: centri della vita comunitaria, sedi di diverse attività lavorative, luoghi tradizionali di feste e tradizioni, niente più dei cortili, anche oggi, ci parla della radice contadina del comune. In essi, quasi tutte le abitazioni hanno solo due stanze e sono senz’acqua e senza servizi. “In casa, una sola camera serve per tutti, coniugati e celibi, maschi e femmine; lavorano dai 12 ai 50 anni non permettendolo oltre le loro esauste forze. Sudici per miseria, nell’impossibilità di cambiare la biancheria da letto e di persona, poco e mal coperti per impotenza economica.. Il loro letto è di paglia con materassi di penne... Su 100 nati, 25 bambini muoiono prima di un anno, 20 da un anno a dieci; su 100 nascite, 18 sono illegittime... Le bambine da 6 a 10 anni lavorano in un incannatoio con salario da 5 a 40 centesimi al giorno, in ambiente affollato, chiuso, con orario di 13 o 14 ore al giorno, pregiudicando la salute.. Vi sono 30 mendicanti con licenza oltre gli irregolari. E’ impossibile il risparmio; nessun contadino si è fatto proprietario”. Non abbiamo citato il testo di un opuscolo di propaganda anarchica o socialista, ma la relazione che accompagna i risultati dell’inchiesta sulle condizioni dei contadini disposta dal ministro Bertani nel 1879. Il documento conclude: “Fra le malattie prevale la pellagra. La popolazione contadina ha l’aspetto triste, deperito, terreo”. Dobbiamo credergli. La pellagra, che colpiva le popolazioni agricole a causa di una alimentazione fatta quasi esclusivamente di granturco avariato, cominciava come malattia della pelle, proseguiva con dolori addominali e nello stadio estremo conduceva alla perdita di volontà e memoria, e al delirio. Se si esaminano i ricoveri per malati di mente di tutto l’Ottocento melzese si resta colpiti da un numero certo troppo elevato rispetto alla popolazione: è ragionevole pensare che molti ammalati di pellagra vengano infine rinchiusi come dementi. Alla fine del Settecento appartengono alcune scritte murali col divieto di questua: nel 1824 un decreto prefettizio impone di “reprimere i questuanti che ogni settimana ingombrano le contrade”; a fine Ottocento il sindaco Luigi Invernizzi si rivolge al prefetto perché “a Melzo si riversa una frotta di mendicanti come un’invasione di locuste”. Ma non basta: nel 1828 il governo austriaco ordina di formare un elenco di poveri, ma la Deputazione comunale risponde che dovrebbe nominare quasi tutta la popolazione; nel 1860 sono i medici del paese, redigendo una nota statistica, che classificano come poveri 1820 abitanti su una popolazione di 1860. Ma un altro dato contrasta con questa informazione: secondo il censimento del 1861, Melzo ha 2375 abitanti. In realtà, si conteggiano nei censimenti anche i contadini avventizi che nelle cascine eseguono i lavori stagionali, ed il loro numero influisce sul totale degli abitanti. Pochi anni più tardi tocca all’Ospedale Maggiore di Milano protestare perché il Comune di Melzo gli invia, ogni anno, un terzo della popolazione. La rivoluzione industriale Si è fatto cenno alla riapertura dei filatoi nel 1838: la seconda metà del XIX secolo vive tutta nel segno della manifattura tessile. La seta può essere considerata il primo settore trainante dello sviluppo economico italiano dell’Ottocento e la torcitura, che richiede circa un mese di tempo e quindi rappresenta un’attività sussidiaria, è la prima educazione al lavoro industriale per tutta la manodopera contadina, oltre che la prima forma di interessamento da parte della proprietà agraria per un’attività non agricola. L’opificio più antico di Melzo è quello di Giuseppe Casanova, fondato nel 1838, dove con quattro operai fissi e venti donne pagate a giornata si conciano le pelli e si produce il cuoio. Un cronista melzese riferisce che “il cuoio del Casanova è famoso nel mondo”, frase che indicherebbe, tra l’altro, come buona parte del prodotto fosse destinata all’esportazione: in assenza di notizie in proposito, non sappiamo quanto l’affermazione sia da considerarsi credibile. Vent’anni più tardi, nel 1858, Carlo Ghisleri fonda uno stabilimento per la lavorazione della seta, e subisce l’ostilità degli agricoltori locali, che temono un generale rincaro della manodopera. Gli subentra la ditta Ambrogio Ornago: vi lavorano 138 operaie a giornata, di età dai 12 ai 57 anni. Nel 1860 l’ex-palazzo Trivulzio ospita le ditte Verri, Orsenigo e Brivio, che sei anni più tardi contano una sessantina di telai a mano ed impiegano un centinaio di manovali. Intanto, in data 8 gennaio 1860, Giuseppe Casanova ha vinto le elezioni per il primo sindaco di Melzo: dei 96 iscritti alle liste hanno votato in 44 e l’eletto ha ottenuto 34 voti. Il diritto di partecipare al voto, come si sa, era riservato solo ai possidenti. La Statistica dell’industria manifatturiera del 1861, che a quanto pare fu svolta a Melzo nel 1863, conclude che l’industria non casearia occupa 100 lavoranti, 21 maschi e 79 donne e fanciulli, e che la spesa per questa manodopera ammonta a 15.500 lire per un fatturato complessivo di 302.413 lire. Nel 1872 c’è il primo tentativo, fallito, di sciopero: avviene alla ditta Ornago, l’azienda risponde con una trattenuta pesante, la mediazione del sindaco riduce la multa a 10 centesimi. L’anno successivo apre la filiale della Cassa di Risparmio. Tre anni più tardi nell’incannatoio di Augusto Beaux con sede alla Cascina Nuova, nella Circonvallazione, lavorano 55 donne, fra le quali ragazze di 12 anni, con orario giornaliero di 14 ore, in locali sempre chiusi per non deteriorare la merce, con salario giornaliero, per le più piccole, di 30 centesimi. Iniziano l’attività i due stabilimenti di tessitura più importanti. L’opificio Peroni - che produce stoffe operate e per tappezzerie, in seta pura e mista - e lo stabilimento di stoffe per ombrelli, sia in seta che in cotone, dei fratelli Egidio e Pio Gavazzi, discendenti di una già celebre famiglia di industriali tessili. In principio l’azienda occupa alcuni locali nella Circonvallazione, quindi la troviamo nell’ex-palazzo Trivulzio, infine costruisce il grande stabilimento in via delle Stelle: è il 1882. L’anno successivo una inchiesta comunale rileva che alla Peroni lavorano 17 uomini, 15 donne e 3 fanciulle su 20 telai a mano del tipo Jacquard, mentre alla Gavazzi ci sono 12 uomini, 211 donne e 75 fanciulle con 70 telai meccanici e 52 a mano: considerando anche le lavoratrici a domicilio, Peroni arriva a 150 dipendenti e Gavazzi a 950 operaie, in un comune di 3000 abitanti; quest’ultimo esporta un milione di metri di stoffe di seta liscia ogni anno, e costituisce l’incontrastato polo industriale del territorio. Non meraviglia che nel censimento del 1880 (il quale assegna già agli operai dell’industria una quota del 24 per cento della popolazione attiva) il mestiere di tessitrice riguardi il 90 per cento delle donne di Melzo: oltre alle occupate, la diffusione ormai capillare (quasi in ogni famiglia) dei telai domestici fa dipendere in un modo o nell’altro dall’industria tessile l’intera popolazione melzese. Il medesimo censimento segna con ogni evidenza anche il punto di massima espansione della Melzo contadina: anzitutto, la voce operai dell’agricoltura conta oltre il 50 per cento degli occupati; il dato complessivo della classe operaia è il più alto della storia cittadina (82,3 per cento) e per contro gli attivi nel commercio e nell’artigianato toccano il valore più basso (rispettivamente 5,6 e 6,3 per cento): la metà esatta rispetto al 1815. Altri dati confermano che siamo in presenza del punto di massima espansione della cultura contadina: se avevamo fatto notare, nei primi anni del secolo, che il numero medio dei figli per nucleo famigliare restava relativamente basso, negli anni Ottanta questo numero si è triplicato e il modello più diffuso è quello classico della famiglia patriarcale della civiltà rurale. Si inserisce a questo punto la seconda fase della rivoluzione industriale melzese, quella che vede il progressivo decadimento dell’industria tessile e la contemporanea crescita di quella casearia, seguita dallo sviluppo dell’industria metalmeccanica. L’industria casearia ha trovato per molto tempo nella zona di Melzo l’ambiente più propizio, perché l’abbondanza delle acque ha favorito la produzione dei foraggi, e perché qui i malghesi conducevano le loro mandrie a svernare. Qualcuno di loro prese stabilmente dimora nel borgo, istituendovi la sede della propria produzione. Se torniamo per un momento ai dati statistici comunali del 1861, ci accorgiamo che quell’anno l’intera industria casearia melzese, rappresentata da nove aziende, produceva un fatturato inferiore alle 90.000 lire, meno di un terzo di quello ottenuto dagli altri settori. La produzione del 1861 è costituita per quasi l’ottanta per cento da stracchino, per il 15 per cento da grana e per la parte restante da burro: ogni azienda lavora 365 giorni l’anno, ognuna ha un solo operaio che guadagna una lira al giorno e utilizza una caldaia ed alcune cassette di legno; in più, quasi tutti i casari melzesi si chiamano Invernizzi. Nel 1895 il fittabile Antonio Mangiagalli subentra, presso la cascina Triulza, ai Salvadei. L’anno seguente giunge nella cascina come lattaio Egidio Galbani, che in precedenza aveva una azienda casearia a Maggianico di Lecco, dove produceva già la Robiola ed un formaggio di nome Margheria. Galbani inizia il proprio lavoro a Melzo con sette operai e un motore da tre cavalli. Nel 1898 gli operai sono dodici e l’anno seguente il lattaio fonda un laboratorio proprio; nel 1900 il capomastro Frates costruisce la cinta della nuova fabbrica in via Milano 10, quella che oggi si chiama via Cavour. Nel 1906 Egidio Galbani pensa di creare “un formaggio di pasta molle, giallo, finissimo, burroso, dolce, resistente”: lo chiama Bel Paese, sarà un successo mondiale. Nel 1911 il capomastro Caremoli gli costruisce il nuovo stabilimento, un grande edificio di 60 metri per 12, a due piani, ormai indispensabile: scordandosi di richiedere, per la gran fretta, l’autorizzazione comunale prescritta. Solo nove anni dopo, nel 1920, sarà già tempo di inaugurare un più moderno stabilimento, che resterà attivo fino al 1982. La latteria di Carlo Invernizzi, verso la metà dell’Ottocento, era già attiva all’ingresso del paese, sulla destra della strada per Pozzuolo. Suo figlio Giovanni prosegue l’attività a Settala nel 1908 e ancora a Melzo a partire dal 1914, in via San Martino e poi, dal 1918, in Piazza Risorgimento. Romeo Invernizzi, secondogenito di Giovanni, entra in azienda nel 1925. Le sue straordinarie capacità imprenditoriali creano in breve tempo le condizioni per un intenso sviluppo aziendale. La creazione del marchio Invernizzi è del 1928, e così l’apertura del nuovo stabilimento di Caravaggio; l’acquisto del salumificio è del 1939. La successiva, rapida e prodigiosa espansione delle due aziende casearie, che subirà una ulteriore accelerazione negli anni del secondo dopoguerra, farà di Melzo un centro dell’industria alimentaristica di rilevanza nazionale. Con la trasformazione industriale tutto cambia: nel breve arco di una generazione è un intero mondo che crolla, e si trascina tradizioni, mentalità, modi di vita. Nel 1921, ci ricordano i dati dei censimenti, la consistenza operaia è scesa dall’82 al 62 per cento; ma se questo dato viene disaggregato, ci accorgiamo che nel breve spazio di tempo di una sola generazione gli operai dell’industria sono cresciuti fino al 32 per cento, mentre i contadini sono appena il 13,3 per cento e l’intera classe subalterna nelle campagne non supera il 15 per cento della popolazione attiva; non rimane, infatti, che un 6,7 per cento di tessitrici e due donne su tre, per la prima volta, sono censite come casalinghe. Negli stessi anni, ed anche in questo caso il dato sottende l’intervallo di una generazione, la media dei figli per ogni gruppo famigliare scende in modo violento: le coppie con quattro figli scendono dal 18 al 7 per cento, quelle con un solo figlio crescono dal 12 al 36 per cento. La famiglia patriarcale scompare quando si interrompe una storia in cui il mestiere di contadino era insegnato ai figli dal proprio padre, sostituita da un presente che ha la fabbrica come centro. Ne sono testimonianza, fra l’altro, i primi conflitti sociali. Se le rivolte contadine che negli ultimi anni del secolo investono l’intero territorio non toccano Melzo, è dalle fabbriche che partono le prime ferite aperte dal conflitto di classe, e se la prima protesta operaia del 1872 era stata risolta dalla bonaria diplomazia del sindaco, ora quel tempo è davvero finito. Gli ultimi anni del secolo segnano una dura crisi per l’industria tessile. Peroni licenzia 20 operaie, Achille Capella 35. Licenzia anche Gavazzi, mentre chiudono alcune piccole aziende. Nel 1897 un operaio della conceria Casanova cerca di costituire una Lega di resistenza, chiede un aumento del salario di 20 centesimi, la riduzione dell’orario a 10 ore e la retribuzione del lavoro della domenica mattina, finora gratuito. Viene subito licenziato, ma la rivendicazione dei pellattieri è sostenuta dai rappresentanti della Camera del Lavoro milanese, segno dell’esistenza, finora inedita nel comune, di una presenza sindacale organizzata. L’azienda attua una serrata, quindi assume sei contadini avventizi e chiede l’intervento della forza pubblica per calmare le proteste delle maestranze. Alle prime ingiurie contro i crumiri seguono ben presto le sassaiole. Il 19 settembre due operai sono arrestati per minacce rivolte contro uno degli avventizi ed il pomeriggio seguente, in via Umberto I - sede della conceria Casanova e della caserma dei carabinieri - scoppiano gravi tumulti cui partecipano gli operai degli altri opifici, donne e ragazzi. Volano sassi, si rompono vetri. I carabinieri sparano uccidendo il manovale Fiorenzo Nera, estraneo alla manifestazione, e ferendo altri due contadini. Il grave fatto di sangue trova profonda eco sulla stampa milanese e diventa motivo, da parte socialista, di interpellanze parlamentari. Nei giorni successivi la polizia arresta trenta operai ed alcune donne tra i partecipanti al corteo ed impedisce, per motivi di ordine pubblico, che il funerale di Fiorenzo Nera venga officiato in chiesa. Il partito socialista intensifica la propaganda ed assume ufficialmente il patrocinio legale degli arrestati. Al processo, celebrato nel novembre successivo, quasi tutti saranno assolti. Il Novecento. Il grosso borgo agricolo che, entrato nel Novecento, affidava alla nascente industria casearia il compito di trainare il processo di sviluppo industriale, ma che aveva ancora nell’industria tessile il proprio caposaldo, arrivato all’esperienza fascista si riconosce profondamente cambiato. Anzitutto, la nascita dei grandi stabilimenti alimentari ha portato la prima ondata immigratoria, proveniente dal bresciano, dal cremonese e dal cremasco, che ha il proprio apice negli anni Venti. La popolazione, dai 4.426 abitanti del 1901, passa ai 6.570 del 1931, con un aumento del 45 per cento. Nel 1936, anno del censimento, su 7.308 melzesi oltre il 66 per cento è costituito da operai, riducendosi ormai i contadini al 2 per cento degli attivi; al nuovo sviluppo delle classi medie (arrivate al 30 per cento) corrisponde l’aumento dei commercianti (14 per cento) e la nascita (6 per cento) di un nuovo ceto impiegatizio destinato a raddoppiare nel 1951. E’ ancora una classe operaia di qualificazione professionale assai bassa, che trova nell’industria casearia la propria collocazione naturale in un momento di rapida crescita dei due stabilimenti locali. Alla Tudor, la più antica e di gran lunga la principale industria meccanica, predomina la manodopera melzese. Fondata nel 1893 col nome di Fabbrica Nazionale di Accumulatori Elettrici Brevetto Tudor, la società ha sede a Genova e da qui trasferisce nel 1907 gli uffici a Milano e lo stabilimento a Melzo, chiamandosi Società Generale Italiana Accumulatori Elettrici, ma restando per tutti semplicemente Tudor. Le officine, col passare del tempo, si ampliano fino a 30.000 metri quadrati. Nel 1921 trovano sede a Melzo anche gli uffici. Con la definitiva chiusura della Gavazzi, nel 1932, è finita l’industria tessile a Melzo. Le centinaia di donne che mezzo secolo prima essa occupava sono state assorbite in minima parte dalle nuove fabbriche e compongono l’esercito delle casalinghe. I ragazzi, finalmente, vanno a scuola ed affrontano i corsi dell’obbligo; qualcuno, poi, anche le scuole professionali. L’aumento della popolazione affolla il vecchio borgo, ma l’espansione edilizia, l’uscita della città dalle vecchie mura, è rimandata al secondo dopoguerra. Centinaia di famiglie, fra il 1946 ed il 1950, escono dalle case a schiera e abbandonano la vita di cortile per costruirsi una casa: sorge, rapidamente, una cintura di nuove vie, costituite da abitazioni unifamiliari. Così come il borgo contadino si era mutato in breve tempo in un comune industriale, trent’anni più tardi l’antico centro abitato, che per secoli era stato tutta la città, ne diventa rapidamente una parte minore. Mentre la periferia cresce, si ramifica e si estende, il centro abbandonato all’incuria conosce il proprio degrado. Vi abitano ormai le famiglie più povere, anche se sopravvivono diverse attività commerciali. Nei cortili, ora che giunge la seconda ondata immigratoria, entrano nuovi abitanti che vi trovano gli affitti più bassi. Gli anni Sessanta sono quelli del grande disordine. L’ondata migratoria provoca la crescita verticale della popolazione, anche se il fenomeno mantiene sempre un ritmo inferiore a quello che si registra in altri comuni vicini, nei quali avviene una vera e propria esplosione demografica con tutti i rilevanti problemi sociali ad essa legati. Melzo cresce di 3.000 abitanti fino al 1958, di altri 5.000 fino al 1968 ed arriva a superare i 17.000 abitanti nel 1971 quando, infine, il loro numero si stabilizza. Mentre la periferia assiste alla disordinata edificazione dei condomini, nel centro storico si moltiplicano interventi di ristrutturazione arbitrari, che la mano pubblica non contrasta. Dal ‘63 al ’68 si costruiscono oltre 5.000 locali. Fioriscono iniziative, anche speculative, che compromettono gravemente l’integrità di un paesaggio urbano che fino ad allora era rimasto sostanzialmente fedele, nei suoi caratteri di omogeneità complessiva, all’antica pianta del borgo del 1623. Negli anni Settanta l’adozione del Piano Regolatore e dei piani di recupero del centro storico hanno prodotto un nuovo ordine urbanistico, che ha significato l’uscita dal centro dei grandi stabilimenti, la scomparsa delle cascine, la ristrutturazione dei cortili, la creazione nella periferia ovest di una vasta zona industriale e del nuovo quartiere artigianale, l’edificazione a nord-est di un vasto comparto residenziale. Negli anni Ottanta la città ha visto la crescita del terziario avanzato, l’insediamento di un nuovo stabilimento editoriale, la diffusione di nuovi esercizi commerciali, ma soprattutto l’uscita di scena definitiva delle proprietà dei grandi complessi industriali: la Galbani ceduta ad un gruppo finanziario italo-francese, la Invernizzi, dopo la scomparsa del fondatore, venduta ad una multinazionale estera, mentre la Tudor, che a partire dagli anni cinquanta era diventata Edison e poi Montecatini-Edison, dopo altri passaggi di proprietà ha chiuso i battenti. Sull’area della vecchia fabbrica, dopo una delicata operazione di bonifica del terreno, è sorto il cinema Arcadia, multisala la cui avanzatissima tecnologia ha avuto grande risonanza. Se qualcuno ha definito il nuovo complesso, con una formula giornalistica ardita, come il cinema più bello del mondo non vi è dubbio, per quanto attiene al nostro discorso, che questa sostituzione rappresenti, a pochi anni dall’inizio del nuovo secolo, il simbolo più evidente del profondo cambiamento in atto. Negli anni 1987-89 l’amministrazione comunale ha realizzato un fondamentale intervento di recupero edilizio del palazzo Trivulzio, che ha consentito il parziale recupero dell’originaria struttura ed insieme la riscoperta di una parte dell’antico patrimonio pittorico. Al visitatore, che oggi - percorrendo le sale del castello di Melzo - può ammirare il restauro dei preziosi affreschi, si consegna un’immagine ancora parziale ma più rispondente all’antico splendore della residenza trivulziana. La nostra storia finisce qui. Se la città odierna prova a guardarsi allo specchio fatica, senza dubbio, a ritrovare nella propria immagine il solco d’una identità tradizionale ricacciata all’indietro, frantumata, scordata ma non interamente distrutta. Ciò che certamente è finito è quel senso d’appartenenza (partecipato, radicato, diffuso) a un paese che, come tale, è scomparso, ed insieme ad una cultura che è stata sommersa. Il paesaggio urbano è rapidamente cambiato e per molti aspetti è difficilmente riconoscibile; la campagna melzese è quasi interamente scomparsa. Ciò che rimane è piuttosto la compresenza di tanti pezzetti di città eterogenei, reciprocamente eclettici, di tante parti che non possono fondersi: c’è la Melzo, ormai residuale, della tradizione, accanto alla città dell’industria tecnologicamente avanzata, del commercio più aggressivo, dei consumi sofisticati; c’è la Melzo del centro finanziario e quella di un mercato ancora ben vivo e felicemente capace, dopo cinque secoli, di essere polo d’attrazione nel territorio; c’è la città dei nuovi insediamenti residenziali, la città dei pendolari (in entrata e in uscita), quella dell’immigrazione extracomunitaria, quella della disoccupazione giovanile. La stessa crisi di trasformazione produttiva, con la chiusura dei grandi stabilimenti tradizionali e la forte espansione del terziario, da un lato mette in forse l’idea di un progresso inarrestabile, capace di cancellare tutti i residui di esistenze e culture precedenti, dall’altro non esclude una rete di lavoro occasionale e precario che è parte integrante della trasformazione, ma ci obbliga a ridefinire qualunque serena certezza in tema di sicurezza e di avanzamento sociale, se non di nuova qualità della vita. In questa città com’è ora, all’interno di questa cultura frammentaria, forse è ancora possibile un percorso, che - accettando di muoversi in condizioni cambiate - si proponga di pervenire (al di fuori da ogni illusione consolatoria e da ogni accento di nostalgia) al riconoscimento di una identità nuova e di un nuovo senso d’appartenenza comunitaria. La stessa possibilità di sopravvivenza di una memoria storica e di una capacità critica sono legate in gran parte a questa scommessa, per essere ancora utili, e forse preziose, al progetto per costruire la città di domani. NOTA SULLA STORIOGRAFIA MELZESE. Quello che avete appena finito di leggere si propone come un breve racconto introduttivo alla storia di Melzo. Fin dal suo titolo, oltre che per la sua programmatica brevità, esso esclude qualunque pretesa di rappresentare una Storia vera e propria - che la documentazione a disposizione rende a tutt’oggi impossibile - anche se non rinuncia, attraverso la fitta rete delle note fuori testo, a proporre una serie di indicazioni bibliografiche a chi intenda svolgere gli approfondimenti opportuni. Il testo rielabora un altro mio scritto non firmato, assai più breve, servito per una pubblicazione comunale del 1986, integrato con notizie offerte da ricerche e pubblicazioni recenti. Il Comune di Melzo ha un archivio storico che, purtroppo - dopo lunghi anni di incuria e probabilmente di manomissioni - è costituito da una modesta ed incompleta quantità di materiali in attesa di catalogazione. In particolare è privo di qualunque notizia sull’origine del comune e sull’antico locus medioevale. La pianta più antica della città finora conosciuta risale al 1623, ma sappiamo ben poco del borgo seicentesco e settecentesco, e quasi tutti i documenti del secolo successivo risultano gravemente incompleti. I dati sull’evoluzione della produzione agricola, in un comune dedito per molti secoli quasi interamente all’agricoltura, sono scarsi. Nessuno ha finora condotto una accurata ed organica ricerca bibliografica sulla storia melzese, sia presso l’Archivio di Stato di Milano, dove sono conservati numerosi documenti unici ed originali, sia presso altre istituzioni. Essa è la più urgente fra le priorità che abbiamo di fronte. La città conta, finora, tre libri di storia ad essa dedicati. Il primo, in ordine di redazione, è quello di Damiano Muoni, “Melzo e Gorgonzola e loro dintorni” (Milano, Tipografia Francesco Gareffi, 1866), l’unico scritto da uno storico di professione. Il Muoni, accademico milanese di una certa notorietà al suo tempo, ha compilato un resoconto accurato nella ricerca e nell’esame delle fonti documentarie, corretto nel confronto e nella citazione dei testi dei suoi predecessori, prezioso per tutte le curiosità mostrate nel corso della sua visita nel comune, abile pur nella retorica dell’esposizione. Il suo libro, che ha i pregi e i difetti del genere cui appartiene, ripercorre con sicurezza tutta la interminabile successione dei signori, dei governatori e dei podestà, assai meno ci informa sulla storia degli abitanti. L’ingegner Guglielmo Gentili con i suoi “Racconti di storia melzese”(Milano, stampato a spese dell’autore, 1962) ha compiuto un’operazione, per molti versi, specularmente opposta. L’autore, responsabile per diversi anni dell’ufficio tecnico municipale, ha cercato nell’archivio storico comunale (a quel tempo assai più completo, e che l’autore stesso contribuì in modo determinante, negli anni del dopoguerra, a salvare dalla distruzione) i materiali per riferire, senza alcun intento di sintesi, su una serie di argomenti ed episodi tra storia, cronaca e costume, dai quali la società melzese emerge spesso in modo assai vivido, pur nei dichiarati limiti dell’operazione. La breve narrazione della storia di Melzo di Giuseppe Costa , “Melzo nella sua storia” (prima edizione Gastoldi, Milano, 1953, terza edizione Libreria cattolica La Buona Stampa, Melzo 1976), autore che è stato anche sindaco della città dopo il 25 aprile 1945, fino alle prime elezioni del dopoguerra, è la sola che tenta un’indagine sulle antiche origini del comune, assumendo peraltro per certa la presunta origine etrusca. Il testo, tipico della memorialistica locale, unisce la profonda passione del suo autore, e l’uso di informazioni preziose, ai difetti metodologici propri dello storico di paese, ed è spesso reticente e scorretto nell’uso delle fonti, fino a trasformare alcune pagine in una vera e propria parafrasi, non dichiarata, del testo del Muoni. Una elaborazione condotta sui dati dell’archivio comunale, svolta negli anni ’70 da un gruppo di ricerca storica attivo presso la biblioteca - del quale chi scrive faceva parte - ha prodotto un fascicolo ciclostilato, “I censimenti nella storia di Melzo”, che contiene notizie inedite sull’evoluzione della società civile, dei gruppi famigliari e delle professioni nel corso della trasformazione industriale. Una seconda ricerca, nei suoi limiti assai pregevole, “L’acqua ciara di funtann”, 1989, è stata condotta dalla Lega Ambiente per valorizzare le risorse ambientali e la sopravvivenza dei fontanili nella campagna melzese. Essa contiene, tra l’altro, un riassunto dei risultati dell’inchiesta di Karl Czoering sulla campagna lombarda, comprendente alcuni dati melzesi. Negli ultimi anni, una felice ripresa di attenzione verso la storia locale sta già producendo frutti significativi. Quasi ogni comune del circondario ha pubblicato un volume sulla propria vicenda storica: molti si segnalano per l’accuratezza della documentazione, e sovente questi documenti fanno riferimento a Melzo, comune che rappresentava il centro economico del loro territorio. I bandi di concorso sulla storia locale promossi dal Comune di Melzo hanno sollecitato lavori in alcuni casi pregevoli e consentito di accrescere l’apparato bibliografico ed informativo finora disponibile. Senza voler stabilire graduatorie di merito, occorre segnalare almeno l’importanza di tre lavori: la pregevole ed accuratissima ricerca di Alessandra Schmidlin, “Palazzo Trivulzio a Melzo”, 1992; il breve studio di Claudio M.Tartari, “ Melzo: un borgo di retrovia nelle guerre fra Venezia e Milano (Sec. XV-XVI)”, 1991, notevole, come sempre nel caso di questo autore, per la sicurezza e la ricchezza dell’apparato bibliografico; infine la ricerca di Barbara Crespi, “L’industrializzazione di Melzo dal 1850 al 1950 nei suoi aspetti economici, sociali ed urbanistici”, 1995, particolarmente ricca di informazioni. Pur nei limiti programmatici delle loro ricerche, i lavori di L.Ladini, I miracoli di Santa Maria di Scoladrera, ovvero Melzo 1568: una storia d’altri tempi”, 1991, e di C. Lacchini, “C’era una volta la chiesa di S.Ambrogio: dall’edificio sacro alla Torre Civica”, 1995, rappresentano contributi assai preziosi per la conoscenza di un periodo finora poco documentato. Tutte le opere citate in questa nota sono risultate indispensabili per la redazione di questo lavoro, e sono a disposizione dei lettori presso la Biblioteca Comunale.


CHIESA E OSPEDALE DI SANTA MARIA DELLE STELLE La chiesa La data di fondazione è tuttora ignota; l’edificio è comunque testimoniato almeno a partire dal XIV secolo, come parte dell’annesso convento di Carmelitani: la comunità di frati, soppressa una prima volta per iniziativa di san Carlo e di Federico Borromeo – al seguito delle loro visite pastorali a Melzo – venne reinsediata nei propri uffici da un provvedimento del 16 maggio 1654, recante la deliberazione dei superiori degli Ordini religiosi e del cardinale Litta, arcivescovo di Milano. In data 31 maggio 1770, comunque – in esecuzione di un decreto imperiale di Maria Teresa d’Austria – i Carmelitani vennero definitivamente soppressi, e i loro beni ceduti a favore del costituendo Ospedale delle Stelle, insediato dall’amministrazione asburgica nei locali del convento. Di modeste proporzioni, la chiesa si dispone su pianta a navata unica senza cappelle, con quattro campate, scandite da archi a sesto acuto, e abside poligonale; modesta facciata a capanna, con oculo centrale sopra il portoncino di ingresso. All’interno, subito a sinistra, affresco – recante un’iscrizione latina - con i Profeti Elia ed Eliseo, assai rovinato nella parte inferiore; sempre sul fianco sinistro, proseguendo, oltre il battistero, s’ergono un crocifisso e una statua di san Vincenzo de Paoli: sull’altare maggiore, opera moderna, è collocata un’altra statua, della Madonna del Carmelo, alla quale la chiesa – come recita un’iscrizione in facciata - è dedicata. Sul fianco destro della navata, entrando in chiesa, la visita si apre su un affresco – di faticosa lettura nella parte inferiore, come quello dirimpetto, a causa delle infiltrazioni di umidità – con il Seppellimento di Cristo, al centro, e i santi carmelitani Angelo Martire e Cirillo di Costantinopoli, in alto; seguono una tela raffigurante un Santo eremita, forse Gerolamo, e quindi, sull’altare successivo, dedicato a Maria Bambina, i due quadri con Santa Bartolomea Capitanio e Santa Vincenza Gerosa, suore dell’ordine di Maria Bambina, attivo nell’ospedale adiacente. Chiude il lato destro della chiesa il pezzo più celebre della chiesa: l’affresco, attribuito a Bernardino Luini, raffigurante la cosiddetta Madonna delle Stelle, opera di semplice iconografia – con la Vergine orante –, compromessa da ritocchi e ridipinture moderne, che hanno alterato anche il caratteristico diadema astrale posto sul capo di Maria, dal quale origina la dedicazione della chiesa, popolarmente perpetuata dalla tradizionale Festa delle Stelle, celebrata annualmente l’ultima domenica di agosto. L’ospedale L’iniziativa asburgica di aprire un ospedale presso l’ex convento carmelitano di Melzo si inserisce nel più generale contesto dei rapporti politici fra Impero austro-ungarico e Chiesa, e in particolare attiene al riordino della presenza delle comunità monastiche sul territorio, operato per iniziativa di Maria Teresa, prima, e di Giuseppe II, poi. Gli spazi del cenobio melzese – dei quali, incidentalmente, ancora nel 1604 si ricordavano le decorazioni interne - si rivelarono specialmente adatti allo scopo, oltre che per trovarsi in condizioni complessivamente buone, anche per la loro collocazione strategica, in un’area rurale la cui popolazione, se bisognosa di cure, era ancora costretta, nella seconda metà del Settecento, a ricorrere ai servizi dell’Ospedale Maggiore presso la Cà Granda di Milano; soppressi nello stesso volgere di tempo, con i Carmelitani melzesi, anche i Minori Conventuali di San Francesco, a Pozzuolo Martesana, e gli Agostiniani di Santa Maria delle Grazie, ad Inzago, i fondi espropriati, – unitamente a quanto ricavato dalla contemporanea chiusura delle scuole dei poveri di Gorgonzola, Inzago, Melzo e Pozzuolo – furono oggetto di discussione, attestano i documenti custoditi presso l’Archivio di Stato milanese, fra il principe Kaunitz e il plenipotenziario asburgico a Milano conte Firmian, impegnati nella valutazione delle risorse disponibili, a fronte di quelle effettivamente necessarie per la realizzazione dell’ospedale. Coinvolto nell’iniziativa anche l’arcivescovo di Milano, questi ne interessò il marchese Teodoro Giorgio Trivulzio, affinchè provvedesse all’adeguamento del convento melzese ad uso ospedaliero, dotandolo contemporaneamente di un camposanto e di quelle risorse economiche necessarie a mantenervi i degenti, offerti di un letto e di assistenza gratuita, nel contesto di un servizio più ampio, specie nei confronti degli strati meno abbienti della società contadina, che venne infine formalizzato nelle "Regole Interinali" dell’ospedale, presentate nel 1778. Il crescente carico di funzioni, e l’ampliarsi del bacino di utenza, hanno nel tempo evidentemente condotto l’originaria struttura, e i suoi regolamenti, a successive modifiche, in particolare nel 1929 – allorché si provvide con la realizzazione di un padiglione di medicina e chirurgia, dotato di sale operatoria e radiologica – e quindi ancora nel 1952, allorché, per iniziativa dei fratelli Achille e Rinaldo Invernizzi, già benefattori della sala radiologica, si mise mano ad un moderno padiglione per la maternità. CHIESA DEI SANTI ALESSANDRO E MARGHERITA Ascrivibile forse ad un originario nucleo romanico dell’XI secolo, la chiesa – che nasce come Rettoria francescana intitolata al Nome di Dio – viene in ogni caso ricordata almeno dalla fine del XIII secolo, nel "Liber Notitiae Sanctorum Mediolani", e ancora cent’anni più tardi, nella "Notitia Cleri Mediolanensis de anno 1398"; elevata a parrocchia ad inizio Cinquecento – e subito retta, tra gli altri, dal figlio naturale del duca Galeazzo Maria Sforza, Ottaviano Maria, già titolare della cattedra episcopale di Lodi, e quindi patriarca di Alessandria - la chiesa compare successivamente nel "Liber seminarii mediolanensis" del 1564, nominatavi come "rettoria sive capella de Santo Alessandro et Margherita", al seguito della consacrazione, avvenuta nel 1529. Nel 1576 spetterà invece a san Carlo Borromeo – dopo la propria visita pastorale del 1573 - il conferimento alla chiesa di quel titolo di Prepositura, che ne avrebbe fatto il fulcro dell’attività religiosa per il territorio circostante, come riconfermerà una nuova solenne visita pastorale, compiuta nel 1605, questa volta dal cardinale Federico Borromeo. Prolungate infiltrazioni d’acqua condussero nel 1800 ai primi cedimenti della struttura – e relativi interventi di contenimento – destinati ad aggravarsi nel 1802, in seguito al terremoto del maggio di quell’anno: trasferite le funzioni liturgiche in San Francesco, la chiesa rimase a lungo chiusa, oggetto di interventi di restauro solo nel 1834 – con la riapertura al culto l’anno successivo - e poi ancora nel 1863, e infine nel 1891, sotto la direzione degli ingegneri Citterio (Monza) e Scotti (Milano), e con il collaudo prestigioso da parte di Luca Beltrami; documenti dell’epoca (1893) testimoniano l’interesse per l’edificio da parte dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti della Lombardia, mentre nuovi lavori vennero condotti fra il giugno del 1900 e lo stesso mese dell’anno seguente su progetto di Cesare Nava, che intervenne radicalmente aggiungendo tre arcate alla struttura originaria; quest’ultima si presenta nelle forme proprie all’architettura lombarda di fine Quattrocento, con mattoni a vista, facciata a capanna coronata da pinnacoli e aperta da due finestre ad ogiva e da un oculo centrale – recanti, come le altre aperture dell’edificio, caratteristiche cornici in cotto -, contrafforti sui fianchi, e abside poligonale, sulla quale svetta il campanile, di architettura invece ancora romanica, con cella campanaria a bifore in sommità. Interno a navata unica, scandito dai grandi archi ogivali, con cappelle laterali fra i contrafforti e preziosa decorazione murale, in parte dovuta a interventi tardo-ottocenteschi, in parte invece risalente sino al XV secolo: di particolare rilievo è il vigoroso Martirio di s. Caterina d’Alessandria, firmato nel 1569 dal cremonese Cristoforo Magnani, esposto nell’antica cappella battesimale (la prima a sinistra), ornata sulla volta anche da angeli reggicartigli, lacerti di affreschi tardo-cinquecenteschi. Segue, sullo stesso fianco della chiesa, la cappella di s. Antonio abate – protagonista infatti degli affreschi monocromi (di metà Quattrocento circa) che la decorano -, mentre nel sacello successivo è uno Sposalizio della Vergine, dipinto da un Claudio Ferio Lorenese nel 1682, forse per i Trivulzio, il cui stemma compare nella tela; ancora tracce di affreschi cinquecenteschi, e l’emblema sforzesco del sole fiammeggiante, nella quarta cappella. Sul fianco destro, la prima cappella – già del rosario, ora dell’Addolorata – ospita una statua della Vergine, affiancata dai santi Alessandro e Domenico, nonché anonimi affreschi di metà Settecento recanti, fra gli altri, una Natività: tracce di decorazioni coeve sono anche nella cappella successiva, mentre nella terza, attualmente destinata alla liturgia battesimale, è l’affresco strappato con il Cristo morto, recante la prestigiosa attribuzione a Giovanni Battista Crespi detto il Cerano, e proveniente dalla chiesa di san Francesco, dove a sua volta era pervenuto dal distrutto convento dei Cappuccini. La quarta cappella, dedicata al Rosario, ospita immagini votive dei santi Bernardino da Siena e Domenico, sull’arco di ingresso, e Sebastiano e Rocco, sul fondo, mentre il soffitto reca una Assunzione della Vergine del rosario; sul fianco destro dell’abside, il quinto sacello, anch’esso dedicato al rosario, si deve infine ad un ex-voto del cardinale Gian Giacomo Teodoro Trivulzio dopo la peste del 1631: la cappella, descritta dal cardinale Pozzobonelli nella propria visita pastorale del 1751, venne comunque rifatta nel 1729, forse in occasione di un miracolo, e ospita un preziosissimo altare marmoreo, con colonne in marmo verde di Verona disposte ai fianchi di una nicchia, al cui interno si erge - circondata da quindici ovali, dipinti ad olio su rame, con i Misteri del rosario - una statua, pure settecentesca, della Madonna col Bambino (ma il Figlio è frutto di rifacimento). L’abside, nella quale si dispone il bel coro ligneo di manifattura gardenese, del 1960, ospita sulla propria parete di fondo un affresco – ascrivibile agli anni a cavallo fra Quattro e Cinquecento – strappato da una piccola cappella, già esistente presso Porta Lodi, e quindi inglobata nel 1584 nel convento dei Cappuccini: raffigura la Madonna col Bambino – popolarmente nota come Madonna della Neve -, e ad esso si riferisce la notizia di un miracolo, per il quale la Curia milanese ordinò nel 1569 un apposito processo canonico, conclusosi con l’accertamento dell’autenticità dei fatti. Affreschi di epoca moderna si dispongono infine attorno all’altare: sui lati, gli Apostoli Pietro e Paolo, di Edo Nicori (1906), mentre sul grande arcone sovrastante sono – opera del 1893 dell’Accademico di Brera Rapetti - una Crocifissione con angeli, con S. Margherita e il demonio, a sinistra, e S. Alessandro a cavallo, a destra. L’edificio – che dal 1912 è Monumento nazionale - è stato sottoposto ad un’estesa campagna di restauri fra il gennaio 1991 e l’aprile 1992; nel 1997, sulla parete di controfacciata, è stata ultimata la realizzazione di un organo a canne Nenninger, a trasmissione meccanica: solenne strumento per la liturgia e per esibizioni concertistiche, che conta trentacinque registri per un totale di duemilatrecentottantacinque canne suonanti. CHIESA DI SAN FRANCESCO Oratorio del sodalizio del SS. Sacramento – istituito sin dal 1543 –, l’edificio, noto anche come Chiesa sussidiaria, venne eretto nelle attuali forme seicentesche su iniziativa dei Trivulzio, per la Compagnia della Carità e della Buona Morte; provvisoriamente (1840-1844) ridedicata a san Faustino, come l’antistante piazzetta, dal 1880 la chiesa non ospita regolari messe quotidiane, e da allora è stata talvolta anche fatta oggetto di destinazioni improprie, da magazzino per le merci del mercato a sede dell’Ufficio Elettorale. La sobria facciata - nello schema classicheggiante dell’arco trionfale, fiancheggiato da pilastri e coronato da un timpano – introduce all’interno a navata unica, di semplice apparato decorativo, in cui risalta, nel presbiterio, il monumentale altare barocco, in legno con balaustra marmorea, proveniente dalla chiesa annessa allo scomparso monastero dei Cappuccini; pure asportati dalla chiesa conventuale, in occasione della soppressione dell’Ordine, e ora però trasferiti in s. Alessandro, erano – sui due altari laterali di San Francesco - la cosiddetta Madonna della neve, attribuita a Bernardino Luini, e l’affresco col Cristo morto, di dibattuta ascrizione al Cerano, del quale rimane in situ la sinopia. Sull’altare maggiore, fra le colonne e le volute dell’apparato barocco, è il San Francesco che riceve le stimmate da Gesù crocifisso, opera datata 1960 del pittore melzese Francesco Gibelli. LA CINTA FORTIFICATA Il borgo medievale, presenta un impianto radiocentrico generato da ampliamenti urbani successivi. Il nucleo altomedievale occupava l’anello ora compreso tra via Candiani, via Matteotti e via Cattaneo, inglobando lungo il perimetro la torre civica tuttora visibile in piazza Vittorio Emanuele II. In età medievale (XI secolo) fu realizzata la cinta fortificata che corrispondeva indicativamente all’estensione del centro storico odierno, delimitato dalle vie Martiri della libertà, XX Settembre, Sauro, S. Martino, Mazzini, S. Antonio. La cortina perimetrale, costituita da corsi di mattone alternati a ciottoli di fiume, era munita di fossato e presentava quattro porte in asse con le strade di accesso al borgo. Porta Lodi, posta al limite meridionale dell’abitato, esiste tuttora e presenta una facciata esterna in mattoni a vista con vano d’ingresso a semplice arcata. Porta Milano, all’estremità nord-occidentale della cerchia, è stata invece sostituita dall’attuale Porta Friani, una costruzione ottocentesca con rivestimento a bugnato. Nessuna informazione è pervenuta sugli altri elementi del sistema fortificato che è andato quasi interamente distrutto tra XVIII e XIZX secolo. L’unico frammento di cinta ancora visibile è il tratto di mura settentrionale inglobato nel cinquecentesco forte S. Martino, i cui resti oggi fanno parte del Centro Polivalente Anziani. COLONNA DI SANT’ALESSANDRO Si dice innalzata nel 1704: provvisoriamente trasformata in "Albero della libertà" nel 1796, nel generale entusiasmo per l’avanzata delle armate rivoluzionarie di Napoleone – col santo sostituito dal berretto frigio, adorno di tricolori – tornò assai presto al primitivo aspetto, subito emblematicamente abbattuta da un fulmine, o più verosimilmente in seguito al mutamento dell’atmosfera politica. Nuovamente eretta nel 1809, vide, in tempi più recenti (1953), la sostituzione della statua originaria – ormai consunta dal tempo – con una nuova effigie bronzea del santo, frutto di una pubblica sottoscrizione. CONVENTO DEI CAPPUCCINI Dell’originario complesso monastico non sopravvive organicamente ormai nulla: stravolto, prima dalla destinazione ad Ufficio della Giudicatura – con annessa prigione nel coro della chiesa conventuale –, cui venne adibito dopo la soppressione dei Cappuccini e l’acquisizione da parte del demanio (1805), e quindi, col passaggio ai privati, nel 1844, dalle nuove costruzioni sorte sull’area, l’insediamento aveva comunque origini cinquecentesche. La sua fondazione si lega in particolare agli eventi miracolosi che le cronache dell’epoca vogliono avvenuti, nel 1568, presso una cappelletta con l’immagine di Maria col Bambino, sita all’esterno della cinta muraria urbana, nelle vicinanze dell’attuale Porta Lodi: avviata nel 1572 l’edificazione di una chiesa votiva sul luogo delle apparizioni, l’anno successivo vede interessarsi della questione lo stesso san Carlo, che caldeggia la costruzione di un convento intitolato a Santa Maria della Neve, da affidarsi all’ordine dei Cappuccini. Nel 1574 il complesso è ultimato, e in esso subito si ritirerà, a trascorrere i propri ultimi giorni, il cardinale Gian Giacomo Teodoro Trivulzio. La cappelletta preesistente, inglobata dal convento nel 1603 e quindi destinata a scomparire, avrebbe comunque consegnato ai posteri l’immagine della cosiddetta Madonna della neve, affresco di dibattuta ascrizione luinesca, pervenuto all’attuale collocazione, nella chiesa dei santi Alessandro e Margherita, dopo un temporaneo passaggio in San Francesco. Sempre nella parrocchiale è oggi custodito un affresco con il Cristo morto – dubitativamente assegnato al Cerano –, a suo tempo ritrovato sulla parete di uno degli edifici sviluppatisi sull’area dello scomparso convento, e di lì inizialmente trasferito, con la parte di muro che lo reggeva, in San Francesco, dove ne rimane oggi la sinopia, dopo lo strappo con cui è stato possibile l’ulteriore suo spostamento in sant’Alessandro. PALAZZO TRIVULZIO Le vicende del Palazzo Trivulzio, che nei tempi passati fu di gran lunga la principale realtà monumentale cittadina, sono indissolubilmente legate alla fortuna della grande casata che resse il borgo di Melzo per circa due secoli, a partire dalla fine del Quattrocento e fino a quando, nel 1691, il borgo riprese l’autonomia dopo la morte senza eredi del suo ultimo signore. All’anno 1278 risale la prima notizia dell’esistenza di un castello entro le mura del borgo medioevale di Melzo. Un documento antico racconta che i ghibellini - avversari dei Della Torre, o Torriani, signori di Melzo in quegli anni - occuparono la fortezza durante uno dei numerosi scontri per il controllo del ducato di Milano che durarono dal 1266 al 1312. Esattamente un secolo dopo, nel 1412, il castello viene dato in feudo da Filippo Maria Visconti a Vincenzo Marliano e dopo di lui, per l’intero quindicesimo secolo, passerà ad altri uomini d’arme al servizio dei vari signori. Dell’antico palazzo sappiamo assai poco, perché non possediamo piante o disegni di quel periodo. Del suo impianto primitivo rimangono solo gli archi a sesto acuto della corte principale e la torre a pianta quadrata che si eleva sul fianco sinistro della costruzione. Originariamente, l’attuale palazzo era un piccolo castello di città di impianto medioevale, collegato tramite lunghi sotterranei ai principali punti strategici posti a difesa del borgo. Per i primi trecento anni, dunque, conosciamo solo la rapida successione dei feudatari che abitarono nel palazzo, ma é probabile che la sua struttura in questo lungo periodo sia rimasta sostanzialmente inalterata. Non possiamo qui raccontare le alterne vicende storiche del ducato di Milano, che passa dai Visconti agli Sforza e quindi cade sotto il dominio francese: ma il 6 settembre 1499 Gian Giacomo Trivulzio, comandante dell’esercito francese, alleandosi coi veneziani costringe alla resa Ludovico il Moro, conquista Milano ed ottiene in premio il feudo di Melzo. Per alcuni mesi Gian Giacomo soggiorna nel castello del quale è divenuto signore, quindi lo abbandona affidandolo a Giorgio, figlio di suo fratello Gian Fermo, che assume il titolo di Marchese in luogo di quello di Conte del quale i feudatari di Melzo erano in precedenza investiti. Circa un secolo dopo il ritratto di Gian Giacomo verrà affrescato nel palazzo, alla sommità dello scalone d’onore, nelle vesti di gran Maresciallo di Francia. Sopra di esso verrà dipinto lo stemma della famiglia, costituito da tre facce in una sola testa, immagine delle tre età della vita, accompagnato dalla scritta "Fui- sum- et ero". I Trivulzio perdono il feudo negli anni successivi, a causa dell’alterno dominio francese e spagnolo sul ducato milanese: ne rientrano in possesso nel 1532, quando Gian Fermo II, figlio di Giorgio, ottiene la signoria di Gorgonzola mentre quella di Melzo è assegnata a suo cugino Alessandro. Nel castello si stabilisce suo fratello Gian Giacomo Teodoro, che vi resta fino alla morte nel 1577. Per opera sua, ma soprattutto di sua moglie Laura Gonzaga, verso la metà del Cinquecento il Castello comincia a trasformarsi. Laura, infatti, acquista il palazzo ad esso contiguo e un giardino di 36 pertiche, oltre a un altro terreno detto "la Vigna del Portello", ed infine vi unisce un orto adiacente alle mura settentrionali del borgo. Nel 1581 Teodoro Trivulzio aggiungerà un’altra vigna da incorporare al giardino. Nella seconda metà del Secolo XVI al nucleo iniziale del castello - costituito dai corpi di fabbrica settentrionale ed orientale, dalla torre e dallo scalone al suo fianco - si aggiunge il nuovo corpo ovest, mentre il secondo palazzo acquistato da Laura Gonzaga ne diviene il corpo sud. Quello che d’ora in poi tutti chiameranno Palazzo Trivulzio si sviluppa quindi attraverso la modificazione, l’adattamento e l’accorpamento dell’antica fortezza melzese con organismi ad essa contigui, seguendo una prassi che vede in quel secolo altri esempi analoghi. Nel 1589 il Palazzo è costituito da una grande torre, una camera detta canepa, due sale affacciate su un portico, tre camere unite, sette luoghi di servizio nel corpo est ed un’altra sala davanti a un secondo portico seguito da due stalle. Al suo interno ci sono adesso tre corti: la prima è davanti alle stalle e diventerà in seguito il Giardino delle Statue, la seconda è costituita dal cortile interno quadrangolare, la terza è accanto alla cucina nella zona di servizio. Nuovi ed importanti miglioramenti sono recati al palazzo dal cardinale Gian Giacomo Teodoro II, signore di Melzo a partire dal 1605, che ricongiunge nelle proprie mani l’antico feudo ottenendo il possesso di Gorgonzola e delle terre annesse - ed in seguito da suo figlio, il principe Ercole Teodoro. La Torre, in origine adibita a prigione, viene trasformata con l’aggiunta di "stanze nobili" e di un terrazzo circolare sostenuto da un parapetto in ferro. Tutte le stanze interne sono affrescate e dotate di nuovi camini, mentre i soffitti a volta ed i muri dei primi due piani vengono consolidati e ridipinti, senza sostituire quelli antichi ma installando nuovi soffitti, realizzati in calce e polvere di marmo, al di sotto dei primi. Risultano aperte nuove finestre e rifatti in cotto alcuni pavimenti. Al piano superiore il Cardinale fa elevare i soffitti fino all’altezza di dodici braccia, ordina di aprire mezze finestre quadrate in asse con le precedenti, fa affrescare un soffitto con disegni in oro. Infine, dispone la costruzione di una Cappella. Nel corpo est c’è un cortiletto, portato poi a termine da Ercole Teodoro, che ha muri dipinti, un pavimento in mosaico con arabeschi in bianco e nero, una fontana ed una grande statua di Mosè inserita in una nicchia. Tutto il corpo ovest del palazzo risulta rifatto dal Cardinale, il quale, con larghezza di mezzi e con gusto sicuro, mostra in ogni intervento "la volontà di creare un organismo omogeneo, conformando le nuove aggiunte alle preesistenze", e di realizzare, attraverso restauri e modifiche successive, "un generale programma di trasformazione del precedente edificio in ricca dimora di rappresentanza". Nel lato sud del portico, che è stato anch’esso interamente rifatto, si apre un arco per passare al giardino. Al suo interno, brevi viali con pavimenti di mosaici dividono lo spazio in tre rettangoli, con una statua a dimensione naturale per ogni angolo. Una fontana, attorniata da altre sculture, si trova al centro del rettangolo centrale. Accanto al vestibolo c’è un labirinto, formato dalla sapiente disposizione di siepi di mirto, ed ornato con venti figure di animali intagliate nella pietra. Questo "Giardino delle Statue" è contornato da un muro che coincide col perimetro settentrionale del borgo, e che arriva fino alla "Porta della Friana" o "Feriana" , vale a dire la Porta settentrionale di Melzo, che conduce a Milano. Da un terrapieno largo nove braccia ed adibito a viale, da cui si accede partendo dalla Torre, si scende con una scala di tredici gradini per ritornare fino al Giardino. Il portone è ora affrescato da una "Sacra Famiglia in Egitto" opera di Baldassarre Verazzi. Di fronte all’ingresso principale si apre una piazza semicircolare, detta "Il Circo", dal diametro di trenta metri, delimitata da un muro modulato da una serie di nicchie riempite da statue. Dietro a questa ci sono le stalle ed i fienili. Non ci sono più cambiamenti fino ai primi anni del XIX secolo. Al Castello Sforzesco di Milano, nella raccolta Bertarelli, si custodisce un progetto settecentesco di integrale trasformazione del castello in palazzo di rappresentanza, secondo le linee neoclassiche in quel tempo imperanti, progetto che viene attribuito al Piermarini, il celebre architetto che nell’anno 1776 è certamente presente in Melzo per la costruzione dell’Ospedale di S.Maria delle Stelle. La stessa facciata di Palazzo Trivulzio, con "la sua lunga fronte piana, cui le brevi scalee e il lieve avancorpo centrale, sormontato dal timpano, non riescono a togliere continuità e compattezza", potrebbe, a giudizio di qualcuno, essere opera dello stesso architetto, ma nessun documento prova l’affascinante ipotesi. Nei primi anni dell’Ottocento, comunque, Alessandro Teodoro Trivulzio pensa di realizzare una parziale trasformazione della facciata dell’edificio, con l’intento di adattarla ai canoni contemporanei. Da molto tempo, come si è detto, la famiglia Trivulzio ha perduto la signoria di Melzo, ma resta proprietaria del palazzo e di numerosi altri beni all’interno del comune. L’incarico è affidato in principio a Giuseppe Pollack, che nel 1806-1807 disegna un progetto imponente d’impostazione neoclassica, che non verrà mai realizzato. Col medesimo intento, Girolamo Trivulzio si rivolge più tardi a Simone Cantoni, i cui disegni sono datati 1810-1811. La proposta del secondo architetto è quella di costruire una nuova torre, da porre all’altra estremità della facciata, ma anche queste intenzioni tramontano. Da questo momento, con ogni evidenza, il palazzo - verificati gli alti costi di una eventuale ristrutturazione - comincia ad essere un peso per una famiglia che si è ormai allontanata definitivamente da Melzo. Il 29 aprile 1831 la Deputazione Comunale di Melzo viene informata che il governo austriaco ha ordinato la confisca dei beni della contessa Cristina Belgioioso, figlia di Gerolamo Trivulzio, che si trova all’estero. La figura della nobildonna, patriota entusiasta ed appassionata, è notissima e appartiene a pieno diritto alla storia risorgimentale. Si dovrà procedere, recita il burocratico testo dell’ordinanza, "ad un interinale sequestro di tutti i stabili e mobili di ragione della suddetta donna" e cioè, per quanto riguarda quelli di Melzo, di sei case e del Palazzo Trivulzio. Il sequestro viene poi sospeso: la contessa Cristina, risoluta a privarsi di numerose sue proprietà per finanziare i moti risorgimentali, ha comunque deciso di vendere il palazzo. Nel 1838 l’edificio è così acquistato dal commerciante Pietro Cagliani. E’ il principio della rapida decadenza, ed infine del vero e proprio scempio di un bene tanto prezioso. Nello stesso anno due botteghe prendono il posto delle scuderie, un’altra della portineria, una quarta della gabbia dello scalone. Sei nuove stanze sono ricavate sopra le botteghe, con la divisione dell’altezza in due e la conseguente rovina degli affreschi sulle pareti. Nel 1839 si demolisce il portico del lato est, mentre in quello di fronte una campata diventa un pollaio. Nel 1842 la facciata sulla strada Feriana e quella sulla Piazza Piccola vengono rettificate per guadagnare due metri di spazio "in vantaggio della larghezza stradale". Nel 1860 tre aziende tessili installano nel palazzo, in locali presi in affitto, una sessantina di telai. Il Muoni, che visita Melzo nel 1866, annota: "Per far posto ai telai e ad altri apparati meccanici scomparvero le preziose suppellettili che già decoravano un giorno quella splendida dimora" e si duole che "un inesorabile strato di calce abbia per sempre cancellato dalle pareti dei due maggiori saloni le superbe e accigliate immagini dei conti di Melzo e di Gorgonzola che vi apparivano delineate con tutti i distintivi delle loro cariche e dignità.. Nel gennaio 1886, infine, "il vasto caseggiato denominato ex Palazzo Trivulzio" di proprietà di Leopoldo Cagliani, è acquistato dal Comune per adibirlo a sede delle scuole elementari e dell’asilo infantile. Il prezzo stabilito è di lire 10.719 e la somma necessaria viene reperita attraverso una serie di donazioni private. I lavori di adattamento del palazzo alla sua nuova funzione comportano una spesa di lire 60.000: non vi è dubbio che avvenga in tale occasione, nella generale indifferenza, lo scempio definitivo di quello che era stato, due secoli prima, il gioiello architettonico del Cardinale Gian Giacomo Teodoro. Soltanto anni 1987-89 l’amministrazione comunale finalmente può realizzare un fondamentale intervento di recupero edilizio dell’antico palazzo, diretto dall’architetto Laura Lazzari. Esso consente di ricostruirne la tipologia architettonica, attraverso il parziale recupero dell’originaria struttura, dopo la serie infinita di manomissioni degli spazi interni, che nell’Ottocento ha provocato - con l’edificazione di nuovi locali, mezzanini e tramezzi, con l’occlusione delle antiche finestre e l’apertura di nuove - la frammentazione dei saloni, dei grandi vani e degli scaloni della splendida sede dei signori di Melzo. Il recupero edilizio consente anche, felicemente, la riscoperta del patrimonio pittorico antico: fa emergere, sotto i numerosi strati di calce, verniciature e tinteggiature a tempera, sotto le stuccature e le cementature, importanti residui pittorici, ed inoltre "lacerti e frammenti di una decorazione murale, eseguita ad affresco, di grande interesse e recuperabile stato di conservazione". Nel secolo XVII, mentre le facciate dei palazzi presentavano in genere una sobrietà disadorna, le decorazioni pittoriche erano tutte all’interno degli edifici, per cui scale e saloni divenivano, in gran parte, "spazi pubblici, luoghi destinati al complesso cerimoniale di una nobile famiglia". Il paziente lavoro di restauro fa quindi emergere "la continuità di decorazioni fra un ambiente e l’altro permettendo così, anche ad un occhio inesperto, di ricostruire mentalmente la grandiosità della sede dei Trivulzio". Una serie di interessanti affreschi ritorna alla luce, rivela una tecnica "ormai lontana dalle esperienze cinquecentesche milanesi" ed insieme "una leggerezza della stesura pittorica, composta di delicate velature e di sfondati ad imitazione del cielo" mentre "le finte sculture e tutti gli elementi decorativi dei bordi rimandano a una tradizione nuova non più inseribile nell’ambiente dell’accademia". Al visitatore che oggi, percorrendo le sale del castello di Melzo, può ammirare il restauro dei preziosi affreschi, si consegna perciò un’immagine parziale ma più rispondente all’antico splendore della residenza antica.

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Dati anagrafici

1996
2000
2003

Arte Musei e cultura

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