Magnacavallo
Comune di Magnacavallo

Scheda tecnica

LOMBARDIA Provincia: Mantova
Regione: LOMBARDIA
Superficie: 28 Km2
CAP: 46020 | Pref.Tel: 0386
Zona Geografica: Italia Nord-Occidentale
Tipo di Territorio: pianura interna
Latitudine :
Longitudine :
Altre info Altezza s.l.m: 11 mt • Zona climatica: E • Gradi gg: 2355 • Indirizzo: VIA PINOTTI • Cod Istat: 20029 • Cod Catasto: E818 • Sito Web: http://utenti.lycos.it/magnacavallo/ Abitanti

Località di questo comune

Nome Cod Località Cap Prefisso Longitudine Latitudine
MAGNACAVALLO 1001 46020 0386 45° 0' 23'' 40 11° 10' 55'' 56
PAROLARE 1002 46020 0386 45° 0' 21'' 60 11° 9' 8'' 64
AGNELLINA 2001 46020 0386 45° 0' 24'' 12 11° 12' 38'' 52
AGNOLO 2002 46020 0386 44° 59' 45'' 96 11° 9' 27'' 72
BARBELLO 2003 46020 0386 45° 0' 20'' 16 11° 9' 56'' 16
BORGO 2004 46020 0386 44° 59' 42'' 36 11° 7' 51'' 96
DOSSO DELL_INFERNO 2005 46020 0386 44° 59' 3'' 48 11° 12' 20'' 88
GIARRE 2006 46020 0386 44° 59' 57'' 48 11° 12' 21'' 96
QUATTROCASE 2007 46020 0386 44° 59' 37'' 32 11° 8' 31'' 20
Nome Cod Località Cap Prefisso Latitudine Longitudine

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Tipo telefono/fax Ufficio Data u.m.
Fax 0.......2 Centralino 02/02/2006
Tel 0.......6 ragioneria e contabilita 02/02/2006
Tel 0.........  Centralino 02/02/2006
Tipo Numero/indirizzo Ufficio Data u.m.


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Email Ufficio Data u.m.
m..........@.........t generica 21/02/2006
Email Ufficio Data u.m.

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La storia

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... nella punta meridionale della Regione Lombardia e della Provincia di Mantova, a circa sei chilometri dalla sponda di destra del grande fiume Po, pressapoco al centro del territorio comunale esteso circa 3.000 ettari, quasi equidistante dalle città di Mantova, Ferrara, Modena, Verona, "giace" anche un paese, Magnacavallo di modeste origini e dimensioni, spesso ignorato dai cartografi, composto, oltre che dal centro storico, anche da due frazioni - Agnolo e Parolare - e da numerose borgate: Agnellina, Barbello, Borgo, Brasilie, Caselle, Dosso dell'Inferno, Spallino ecc.. Esistono pure altre concentrazioni abitative periferiche, formatesi nel corso dei secoli con le antiche "Corti" padronali ed attorno ad esse, tra le quali si ricordano: Baldissare, Bozzole, Brassadella, Brasillette, Carmelino, Caselle Piazza, Casellone, Giliola, Goiole, Londano, Palazzina, Pandaina, Voglia, Pezza, Prete, Zuccone, Zanotte, ecc.. Il territorio confina a nord con Borgofranco e Carbonara; ad est con Sermide; a sud con Poggio Rusco; ad ovest con Villa Poma; a nord-ovest con Revere. Il nome del paese, "Magnacauallo ", si trova già scritto nel primo libro dei Matrimoni della seconda metà del '500 presso la Parrocchia di Poggio Rusco e successivamente nel primo dei Libri dei battezzati esistenti nella Parrocchia di Magnacavallo; nel quale, appunto, si legge come prima annotazione che una bambina, Laura Belentani, fu battezzata nella "Ecd. Parrocch. S. Petri loci Magnacavalli" (cfr. Li.Ba.Mo.Mag.1603-1644, pag. i, i.). Da tempo immemorabile, mancando un preciso riferimento storicamente provato, si è cercato di dare un significato al nome e si sono tramandate anche interpretazioni di pura fantasia e leggende che non hanno, ovviamente, alcun valore storico, ma che conservano un loro fascino popolare. E stato ritenuto da qualcuno che il nome del paese sia un vocabolo composto, di derivazione latina, dalle parole "Magna cava vallis", grande e profonda valle; ma questa ipotesi, non provata documentalmente, è, forse, un po' troppo classicheggiarne, o pretenziosa; anche se, effettivamente, l'altitudine del territorio era soprattutto nel passato ed è tuttora più bassa rispetto a quella dei paesi limitrofi, malgrado i riporti causati dalle numerose alluvioni. Altri hanno riferito che l'origine del nome sarebbe da attribuire ad un nobile romano (cfr. S. Mazzoli - M. Cenacchi). La tradizione più nota e popolare sull'origine del nome è senz'altro quella di Guerino detto il Meschino, il leggendario protagonista del romanzo omonimo scritto nel '500 da Andrea Barberino. Si narra, infatti, che Guerino, Cavaliere dell'Imperatore di Costantinopoli, giunto in una pianura dove sorge attualmente il nostro paese, stanco per il continuo peregrinare in cerca dei suoi genitori fatti prigionieri dai Turchi quando lui era ancora un bimbo di pochi mesi, sarebbe sceso da cavallo per riposarsi all'ombra di un albero ed avrebbe detto, ... in dialetto mantovano (!), al suo destriere: "Magna caval, che l'erba la cress!" Oppure: "Magna caual, che Guerin riposa!" Quella località, dove il Guerino si sarebbe fermato, è denominata da tempo immemorabile Pra Guerin' e si trova al limite di ovest dell'attuale centro storico, andando verso Parolare. Altri vorrebbero far derivare il nome del paese da un nobile Magnocavallo. Per questa ipotesi - anche se non è proprio una leggenda come quella di Guerino, perché una Famiglia con tal nome è esistita - non si sono trovati supporti documentali, dai quali poter dedurre che i Magnocavalli abbiano avuto possedimenti e siano stati in qualche modo nella località che da essi avrebbe preso il nome. Una famiglia Magnocavalli, o Magnocavallo, è esistita a Casale ed a Nizza Monferrato, ove era già nota nel secolo XIII con l'Arma "Di rosso al cavallo insellato e imbrigliato d'argento"; ed il Monferrato fu sotto il dominio dei Gonzaga fin dal 1636, cioè da quando Federico II Gonzaga sposò Margherita di Monferrato (cfr. A. Cappelli p. 344). Sappiamo anche che un Ottaviano Magnocavallo, dottore di leggi e Pretore, nel 1603 fu Senatore a Mantova (cfr. v. Spreti pag. 227). Un solo, peraltro singolare, accostamento del nome con il toponimo è costituito da una stampa di un editore comasco, risalente all'anno 1622, conservata nella Canonica di Magnacavallo: troppo poco per avere delle certezze, ma interessante per il singolare accostamento. Il documento, che raffigura Maria benedicente Gesù Cristo in casa di S. Marta, contiene la seguente dedica: "AL MAG/CO SIG/R MIO OSS/MO IL SIG/R GIULIO CESARE MA-GNOCA VALLI COMASCO". Al centro della dedica vi è uno stemma nobiliare sul quale campeggia, su nastro, il motto "Speravi nec confundar": in mezzo allo stemma è disegnato un cavallo sellato rampante. Della Famiglia dei Magnocavalli, come si è detto, non sono stati trovati in canonica altri documenti, od annotazioni, all'infuori di quella stampa, che possano testimoniare la sua permanenza, o suoi possedimenti nel paese; tuttavia anche il fatto che i Gonzaga furono marchesi e duchi di Mantova e del Monferrato per quasi due secoli, fino al 1708, può essere stimolante, per altri appassionati ricercatori di stona locale; anche perché quasi tutte le più grosse "Corti" del territorio, in parte tuttora esistenti, altre demolite recentemente, hanno preso il nome da famiglie insediate con loro possedimenti già nei primi anni del 1600. Così la Corte Voglia, attualmente dei fratelli Benedusi, ha derivato il nome dalla famiglia Vota, detta poi anche Voglia; la corte Tarabusa - demolita per far posto al primo fabbricato condominiale nel centro del paese - dalla famiglia dei Tarabusi; la corte Catania, dai Cataneo; la corte Giliola, dai Gilioli, ecc.. Un preciso riferimento ad un diverso nome del paese si trova, invece, in una mappa catastale della zona, risalente al periodo successivo, e cioè al secolo XVIII, conservata in Arch. di Stato a Mantova, nella quale si legge che la località era chiamata "Magnacavallo, o sia Boschi" (V. in A.S. MN - Catasto Teresiano, 1a Cartella - Mappa di Magnacavallo o sia Boschi (mantovano) rilevata dal Geometra Sante Roveri dal giorno 9 maggio al 31 agosto 1777"; Fg. XVI). Tale qualificazione fa pensare che in quell'epoca una considerevole parte del territorio fosse boschiva. La indicazione di "Comunità de Boschi", rilevata in diversi documenti dell'epoca (cfr. Inventario dei beni della Parrocchia in A.P.B., n. 4) conferma che la zona doveva essere ancora nel 1700 molto boschiva; tanto che la popolazione, la Comunità, che vi si era formata nel corso dei secoli, aveva preso nome proprio da quella caratteristica del territorio. La boscosità del territorio è graficamente riportata anche in carte geografiche dell'epoca. Tuttavia quella denominazione, evocativa di gente rude, forte ed orgogliosamente avvezza a vivere ed a sopravvivere in un territorio non facile, m comunità sparse nelle grosse corti padronali, si è persa nel secolo successivo: infatti la tradizione popolare ha conservato soltanto la leggenda di Guerino detto il Meschino, tanto che, attualmente, lo stemma comunale del paese è rappresentato da un cavallo (non più rampante ma… ruspante!) in campo verde, che sta pascolando in un prato: il "Prà Guerin!". Quella località, a parte la leggenda del Meschino, è stata teatro nel giugno dell'anno 1852, di un tragico fatto di sangue: 4 condannati vi furono fucilati alla presenza del popolo. Ma, oltre alle ipotesi sopra riportate, non si può certo escludere quella che vuole il nome derivato dalle parole "magnus caballus" ad indicare la zona ove crescevano grandi cavalli (cfr. S. Mazzola, M. Cenacchi). E personale impressione di chi scrive che lo sviluppo del paese come tale sia stato inversamente proporzionale al decadimento delle singole grandi possessioni, appunto le "Corti" e che la comunità abbia acquistato sempre più una sua identità attorno all'unica struttura unitaria esistente fino a tutto il 1700: la Chiesa, anticamente dedicata a San Ludovico o San Luigi Martire re di Francia, probabilmente posta nell'ambito di una "Corte" forse della Famiglia Magnocavallo (ma più probabilmente della Famiglia Tarabusi). Una prova diretta dell'esistenza e delle origini dell'Oratorio proviene dalla deposizione resa da un tale Paolo de Bosellis in data 26 marzo 1681, di professione sarto, nato a Poggio Rusco ma sempre abitante a Magnaca-vallo, di anni 66: il de Bosellis, assunto quale testimone in una vertenza di carattere economico tra l'allora Rettore Don Borzana e G.C. Bellintani, dichiarò testualmente: "…questo benefìcio era stato eretto sotto il titolo di S. Ludovico da 'Il/mi Terrabuzzi e da che sono al mondo sempre è stato goduto dai rettori di questa parrocchiale ..." (crf. A.P. b.n. 33). L'Oratorio di Magnacavallo fu elevato a Parrocchia di libera collazione, con il proprio territorio distinto da quello della Vicaria Foranea di Poggio Rusco, nell'anno 1603 dal Vescovo Francesco Gonzaga di Mantova. Un riferimento in tal senso di ritrova in una delle numerose lettere che l'anziano Arciprete don Giocondo Meazzoni spediva in Curia, in appassionata difesa dell'"... inveterato antico uso ..." del Parroco di Magnacavallo di esigere le "primizie annuali" dai parrocchiani. Scriveva, infatti, Don Meazzoni (v. leu. 22 luglio 1868, in A.P.Mg., B.n, 35) di aver ".. . una volta letto nella vita del Benemerito fu Don Giorgio Moro Bocchi ex Arciprete di Poggio alcune Linee di un Decretto dell'Ili, mo Reue-rendis.mo Monsignore Frate Francesco Gonzaga vescovo di Mantova in data 17 febbraio 1603 che il Popolo di Magnacavallo era sussidiato spiritualmente per mezzo di un Oratorio dipendente sotto Poggio. E fu proprio il Vescovo Francesco a scorporare dal Poggio detto Oratorio e fu fatta la Parrocchia". Il decreto di fondazione della Parrocchia, segnalato da Don Meazzoni, fu diligentemente, ma inutilmente ricercato dal suo successore Don Cabrini e dall'Arciprete di Poggio Rusco, sia presso l'Archivio diocesano di Mantova, sia presso quello parrocchiale del Poggio (il che non esclude che ricercatori più fortunati possano scoprire il documento): sta il fatto, peraltro, che il primo libro parrocchiale di Magnacavallo comincia proprio dal dicembre 1603. Nell'anno 1881 l'Arciprete Don Cabrini, con sua relazione all'Archivio di Stato di Mantova precisava ancora che a Magnacavallo "ab antiquo era un Oratorio sotto il titolo di S. Ludovico Re di Francia, dipendente dalla Vicaria di Poggio Rusco e che nel 1603 fu eretto a Rettoria dal Vescovo Francesco Gonzaga SOttO il titolo di S. Pietro". Una ulteriore conferma documentale della stessa esistenza antica dell'Oratorio di S. Lodovico dipendente dalla Parrocchiale di Poggio Rusco e della istituzione della Parrocchia si legge in uno scritto senza data, proveniente dal Parroco di Poggio Rusco, nel quale è detto: "Questa Chiesa era dal suo origine un piccolo Oratorio sotto il titolo di S. Lodovico. Ma di poi fu edificato in Chiesa Parrocchiale aumentandosi... la popolazione nell'anno 1603 . .. sotto il titolo di S. Pietro e Paolo Apostoli". La ricerca sui Libri parrocchiali di Poggio Rusco (i più antichi conservati sono dell'ultimo quarto del secolo XVI°) ha confermato che quello di S. Lodovico a Magnacavallo era uno degli Oratori esistenti nel territorio parrocchiale del vicino paese, al quale era preposto un Rettore (gli altri erano quelli di Stoppiaro e di Quattrocase). Infatti, nel primo Libro dei Matrimoni di Poggio Rusco (cfr. Li.Ma.Pr. 1571-1662) si legge che il 9 gennaio 1575 "Cesar Lorenzi retare di Magnacavallo" celebrò un matrimonio. Lo stesso Don Salvatore de Monti, prima di essere nominato Rettore della parrocchiale a Magnacavallo, era stato Curato a Poggio Rusco, dove abitualmente impartiva battesimi e celebrava matrimoni. Dalla erezione dell'Oratorio del patronato in parrocchia di libera collazione, la Comunità di Magnacavallo è sempre stata indipendente dai paesi vicini. Solo durante la occupazione francese il paese fu aggregato amministrativamente a quello di Poggio Rusco: in quel periodo, infatti, che va dal 1799 al 1815 il paese faceva pane del Comune di Poggio Rusco ed esistono nell'A.P. diversi documenti che evidenziano la circostanza. Dal 1815 (Congresso di Vienna) le Potenze che avevano vinto Napoleone - e principalmente l'Austria - diedero un nuovo assetto amministrativo al territorio mantovano: Magnacavallo, riavuta la propria autonomia civile, ebbe una deputazione comunale indipendente da quella del Poggio. Di tale nuovo assetto amministrativo si è trovato un riscontro documentale nel rogito n. 1648 in data 24/X/1816 del notaio Dr. Luigi Zanardi (cfr. A.P., B. n. 5), con il quale venne immesso nel possesso del beneficio parrocchiale il nuovo parroco D. Domenico Pinotti, in cui si legge, appunto, ". . . della vacante Parrocchia di Magnacavallo, comune stessa, provincia di Montava del Regno Lombardo Veneto….", regnando S.M. l'Imperatore e Re Francesco I. IL TERRITORIO NELL'EPOCA ROMANA: II paese, a causa della sua collocazione geografica e delle notevoli mutazioni dovute alla trasformazione, se non anche alla scomparsa di antichi fiumi, nonché a numerose inondazioni e ristagno di acque nel corso dei secoli, non vanta origini storiche molto antiche come agglomerato urbano e come insediamento unitariamente organizzato: diversamente da altri centri molto vicini, come ad esempio Poggio Rusco, o quelli rivieraschi di Revere, Sermide, Carbonara, Borgofranco, Bonizzo: tutti certamente esistenti anche in epoca romana. Tuttavia il territorio, per la sua particolare ubicazione contigua rispetto a quello dei paesi sopra menzionati, è stato di riflesso descritto da diversi autori dell'antichità e, fin dall'epoca romana, era ben localizzabile per l'esistenza di precisi limiti creati dalla natura e dall'uomo: i corsi d'acqua naturali e le strade romane. I fiumi erano il Po Maggiore e il Po Vecchio a nord ("il paleoalveo -databile ad epoca pre romana scrive il Calzolari, p. 26 - è riconoscibile dalla zona, a Nord di Magnacavallo "}, il Crostolo a Ovest, il Bondeno, il Gavello ed il Burana a Sud. Il Po Maggiore ed il B li rana si incontravano e confluivano in un unico, grande corso d'acqua a Stellata, l'antica Goltarasa, che segnava e costituisce tuttora il punto naturale d'incontro fra le terre mantovane e quelle ferraresi. Da molti secoli il fiume Bondeno non esiste più, ma si ritiene che esso lambisse, ancora in epoca romana, l'antico borgo del Poggio sopraelevato rispetto alla zona circostante. Due erano le strade importanti costruite nella zona nel decennio 185-175 prima di Cristo con finalità logistiche e militari, delle quali i Romani si servivano per estendere e mantenere la loro penetrazione verso il Nord e, contemporaneamente, per assicurare il trasporto e lo scambio di derrate e di merci da e per le terre conquistate. La Via Emilia Ostigliese congiungeva Modena a Verona, incrociando il Po ad "Hostilia", importante porto, stazione di cambio dei cavalli da posta ed insediamento civile e militare. La Via Emilia Altinate molto verosimilmente congiungeva Bologna e Modena a Padova, divergendo dalla Via Emilia Ostigliese nei pressi di Mirandola, passando vicino all'attuale Dosso dell'Inferno posto a sud del nostro paese, attraversando il Po tra le località di Carbonarola e Vicus Serninus (la Sermide di oggi). Tracce di insediamenti romani sono state scoperte tra i mt. 1,5-2 nelle seguenti località di Magnacavallo: Ca' Virgilio, Fondo Guzzo, Fondo Pradisoglio, Fondo Pavesa (cfr.Calzolari, pp. 158-159, n. 44, 45, 46, 47, 48), loc. Brasile (cfr. Mantovani, p. 48): diversi reperti sono stati recentemente ritrovati, o segnalati dal concittadino M° Dino Basaglia, membro del Gruppo Archeologico Ostigliese. Numerose monete romane d'argento, bronzo e rame, recuperate dal Cav. Isidoro Cappi a Poggio Rusco nel 1884 (cfr. G. Mantovani, pag. 48), attestano pure della presenza romana nel territorio. Le due strade ed i due corsi d'acqua si possono immaginare come i bordi di uno spaccato, attraverso il quale sembra di scorgere in forma ravvicinata, o, se si preferisce, in scala maggiore la conformazione del territorio sul quale sorgeranno nei secoli successivi le "Corti", insediamenti stabili che daranno origine all'agglomerato urbano del paese. Questo territorio era molto umido e fertile, m parte paludoso e ad un tempo boschivo, ricco di selvaggina (volatili, cervi, daini, maiali selvatici, ecc.) e di fiere; non era attraversato da strade vere e proprie, ma solo da sentieri; per questo era praticabile ed attraversabile in modo relativamente facile soltanto con imbarcazioni, ovviamente di dimensioni molto ridotte. Si vedrà che dopo molti secoli la viabilità non era di molto migliorata. IL TERRITORIO NELL'EPOCA BARBARICA Nel 476 d.C. con la deposizione di Romolo Augustolo, ultimo degli Imperatori dell'Impero Romano di Occidente, il territorio posto tra la Via Emilia Ostigliese e quella Altinate divenne ancora più paludoso a causa dell'abbandono delle opere di scolo delle acque, che i romani avevano curato soprattutto dopo la attribuzione della cittadinanza agli originari abitanti gallici della regione. Fin dall'inizio del secolo V°, i Goti avevano conquistato Mantova e dopo il 476 la città fu presa e tenuta per circa 80 anni dallo stesso Odoacre, re degli Eruli e poi da Teodorico, re dei Goti. Le terre divennero preda e dominio dei vari re e generali barbari che erano dilagati in tutta la pianura padana; fino a quando Carlo Magno re di Francia, nel 774 calò in Italia e, dopo la caduta di Pavia, capitale del regno Longobardo e la sconfitta dell'ultimo re Desiderio (padre di quell'Adelchi immortalato dal Manzoni), conquistò senza colpo ferire Mantova ed il suo territorio. Estinto il regno dei Longobardi, le terre furono divise tra i soldati, nominati conti rurali o gentiluomini: costoro divennero feudatari dispotici verso i popolani, che erano detti arimanni, masnadieri, aldini e schiavi. L'Aldrighi (cfr. p. 221) scrive in proposito del periodo precedente i Franchi: "Difettiamo di notizie circa il governo di questi (i Longobardi), ma guardando come in altri luoghi d'Italia si diportassero, ci sarà agevole indurre che ancora la provincia nostra non si sarà chiamata felice sotto quei dispotici". Nell'anno 924 il re di Borgogna Rodolfo, incoronato re d'Italia a Pavia assediò e conquistò con soldati ungheresi la città di Mantova, mettendola poi a duro saccheggio. La nuova sciagura per la città, che interessò anche il territorio e le popolazioni suburbane e rurali, fu probabilmente determinante per un intervento risolutore di Berengario: questo re, infatti, al fine di preservare il regno ponendo fine alle prepotenti violenze cui il popolo da molto tempo era sottoposto, concesse l'autorità comitale al Vescovo di Mantova, Egilulfo, conferendogli l'investitura di Conte per sé e successori. Il Vescovo-Conte cominciò così ad esercitare il potere attribuitegli riscuotendo tributi e gabelle su tutto il territorio di Mantova, che comprendeva al di qua del Po anche quello di Sermide e quindi anche quello di Magnacavallo, fino al confine con quello ferrarese. Successivamente il Vescovo ebbe pure il potere di battere moneta (molte ne furono coniate con l'effige di Virgilio) e di conferire titoli accademici dottorali. Si può concludere l'excursus fin troppo rapido e generico (ma l'intendimento di questo lavoro non è di farne una specifica trattazione storica) sottolineando che anche anteriormente all'anno 1000 il territorio era agganciato politicamente e amministrativamente alla città di Mantova, seppure in vano modo a seconda dei poteri statali che si erano via via succeduti. IL TERRITORIO NEL DOMINIO DEI CANOSSA Attorno all'anno 1000 cominciò a Mantova il dominio comitale dei Canossa con il Marchese Tedaldo di Ferrara investito dall'Imperatore Ottone III. La palude e la selva spontanea avevano già trasformato il territorio, per l'abbandono delle culture e delle opere di bonifica alle quali erano dedicate nel periodo imperiale le antiche popolazioni gallo-romane. Era, quella dei Canossa, una ricca famiglia di origine emiliana, che aveva acquisito in vari modi la proprietà di smisurate estensioni di terreno e di interi agglomerati urbani sia nei paesi, che nelle città come Mantova. Il nome della famiglia fu derivato dalla omonima località in territorio parmense, dove essa aveva costruito un'importante fortezza. Il potere dei Canossa aumentò con i successori di Tedaldo, morto attorno al 1015. Matilde, nata nel 1046, era pronipote di Tedaldo e nel 1076, dopo la morte della madre Beatrice, che era figlia di Bonifacio e nipote di Tedaldo, cominciò ad esercitare il potere comitale sulle Contee di Modena, Reggio, Brescia, Mantova, Ferrara, nonché, sulla Marca di Toscana, sulla contea di Perugia, ecc.. La Gran Contessa si trovò così a governare un territorio-cuscinetto, posto tra quello del Sacro Romano Impero da una parte e quello di Sovranità Pontificia dall'altra; territorio vanamente e aspramente conteso per un lungo periodo e con alterna fortuna tra i due Sovrani: l'Imperatore ed il Papa. Era inevitabile che Matilde fosse personalmente coinvolta nel conflitto: Mantova fu conquistata dall'Imperatore Enrico IV (quello stesso che dovette poi andare a piedi scalzi alla fortezza di Canossa per ottenere il perdono del Papa che lo aveva scomunicato) e l'intera Contea mantovana fu governata direttamente dall'Imperatore, dall'Aprile dell'anno 1091 al 1118. Tuttavia Matilde, che, accanto ad una forte tempra di carattere, doveva essere anche molto ambiziosa, lungimirante e diplomatica, era riuscita ad ottenere dall'Imperatore fin dall'anno lili il titolo di Vicaria Imperiale per tutto il Regno d'Italia (cfr. v. Colorni, pag. 24). Tra i possedimenti personali che si estendevano in tutti i territori ove esercitò i poteri comitali e di vicaria imperiale, Matilde sembrò privilegiare Mantova ed il suo territorio, facendo, tra l'altro, sorgere ". . . nella nostra zona La Rotonda di San Lorenzo a Mantova, le Chiese di San Lorenzo a Pegognaga, di San Fiorentino a Nuvolate, di San Benedetto a Gonzaga, (nonché) quella di Pieve di Cariano" (cfr. D. Magri, La Chiesa Romanica di Pieve di Conano, pag. 14). La Gran Contessa ebbe tré mariti; ciò non le impedì di praticare rigorosi esercizi di pietà, che concorsero a indebolirne il fisico: nell'ultimo periodo della sua vita essa si ritirò a vivere nei pressi di Gonzaga, a Bon-deno, dove era nata, e morì il 24 luglio dell'anno 1156 a Monte Baranzo-ne, presso Modena, dopo aver fatto donazione testamentaria di tutte le sue proprietà al Papa Gregorio VII. Malgrado le finalità modeste e limitate del presente lavoro, si ritiene importante ricordare che il Prof. V. Colorni (cfr. pag. 69-71), ha validamente confutato l'opinione di coloro che sostenevano e sostengono che Matilde avrebbe donato al Papa l'intero Comitato Mantovano comprendente il nostro territorio, cioè anche i diritti che le erano stati concessi dall'Imperatore. In realtà la Gran Contessa donò al Papa i beni immobili che erano di sua proprietà privata, che essa, cioè, aveva personalmente acquistato, o che le erano pervenuti per successione in morte della madre Beatrice: infatti non le sarebbe stato possibile donare anche i beni dei quali essa non aveva la proprietà, ma soltanto un potere derivatele dall'Imperatore, che ne restava il sovrano a tutti gli effetti non solo politici, ma anche 'civili'. La donazione matildica fu pertanto la causa dello scatenarsi tra il Papato e l'Impero di altre gravi e aspre lotte, che durarono oltre un secolo: entrambi i Sovrani miravano, infatti, a far prevalere anche con le armi l'interpretazione a ciascuno più favorevole della donazione, per estendere maggiormente il loro potere temporale, territoriale e politico. Di tutte queste vicende anche il territorio subì le conseguenze, se non altro per l’alterno e frequente e cruento avvicendarsi dei vari poteri, fossero essi diretti o derivati, per l’inevitabile prelievo di uomini atti alle armi. IL TERRITORIO NEL PERIODO COMUNALE Dopo la morte di Matilde di Canossa, "... Funestata la Lombardia dal terremoto del 1117, molti infortuni desolarono anche il territorio e il Po traboccando si spinse fin sotto le mura di Mantova. Molti restarono sommersi, senza far calcolo della mina alle robe e al bestiame". Quella del 1117 può essere considerata la prima di una lunghissima serie di alluvioni che funestarono il territorio dal Medio Evo al secolo scorso. Nell'anno 1125 il territorio mantovano comprendeva anche quello dell'Insula Riparia (odierna Revere), ". . . che estendevasi da Sud Est fino a Burana e da Occidente fino a Quistello", presso il fiume Crostolo che si gettava nel Po e segnava il confine con i possedimenti dei Benedettini di Poltrone (cfr. Mantovani, pag. 143). Quindi il territorio di Magnacavallo, circa equidistante tra Burana e Quistello, già a quei tempi era mantovano. Dopo la scomparsa di Matilde, Mantova cominciò ad assaporare una maggiore libertà, non dovendo più sottostare al potere del Conte per mancanza di successori della Gran Contessa. Trascorso un breve periodo, nel quale la città pretese di estendere la propria autonomia politica soprattutto per l'emergere di una potente borghesia mercantile, divennero sempre più accentuati i contrasti con l'Imperatore, poiché il Sovrano non intendeva certo rinunciare al suo potere imperiale sulla città e sul territorio. E per questo che Mantova fu tra le città promotrici della Lega Lombarda e che i suoi rappresentanti parteciparono al Giuramento di Pontida, cioè al solenne patto stipulato tra diverse città per combattere l'Imperatore, onde preservare le conquistate libertà; ma più per ottenere una maggiore autonomia dalla autorità imperiale. In conseguenza della sconfitta subita ad opera della Lega, l'Imperatore Federico Barbarossa fu costretto a qualche concessione, anche se conservò la supremazia del suo potere imperiale e sovrano, consentendo ai Comuni - e quindi anche a Mantova - una ampia potestà in campo amministrativo e giudiziario: i Comuni ebbero così, ad esempio, la competenza esclusiva a trattare le cause in prima istanza; ma l'Imperatore si riservò quelle di appello il cui valore fosse superiore alle lire 25 -. Mantova, ordinata a Comune, ebbe i suoi Podestà. In quel periodo la nostra zona non fu teatro di avvenimenti particolarmente interessanti, od importanti sotto il profilo storico-politico; ne sono stati trovati documenti di interesse locale: tuttavia è assai probabile che essa abbia subito ancora le conseguenze delle contese, con le inevitabili violenze alle cose ed alla popolazione. Dall'anno 1276 la Città cessò di essere repubblica e divenne Signoria dei Bonacolsi: Pinamonte, Bardellone, Bottigella e Passerino furono i primi quattro Capitani di Mantova. Questo periodo medievale fu per molti aspetti splendido soprattutto per Mantova, ma ad un tempo infestato di guerre, guerricciole e congiure sia all'interno della Città, sia nel suo territorio. E noto che nel 1300 Bardellone era Capitano a Ferrara, ove morì: dal che si può supporre, che il territorio, prossimo alla località ferrarese di Goltarasa, non fosse rimasto immune dalle contese, come accade spesso ai territori di confine; anche se la particolare asperità della zona - boschi estesi e paludi diffuse fino al bondesano - era di ostacolo per avvenimenti bellici di massa. Durante il periodo canossiano, quello repubblicano e quello dei capitani, il territorio di Magnacavallo rimase sotto il potere feudale dei vescovi di Mantova più o meno intensamente e pacificamente esercitato nei vari periodi. Dopo il periodo barbarico ed il Medioevo, molte terre della zona vennero recuperate; le paludi e le foreste furono gradualmente ridotte per il naturale, lento spostamento del corso dei fiumi, e, soprattutto, per le opere di bonifica e di contenimento delle acque eseguite dall'uomo. Sta di fatto, peraltro, che uno degli ultimi territori ad essere bonificato e sfruttato razionalmente dall'uomo fu proprio quello di Magnacavallo, data la sua minore altitudine rispetto a quelli circostanti, con conseguente, frequente e prolungato ristagno delle acque piovane ed alluvionali nel corso dei secoli. Come si avrà modo di sottolineare più oltre, ancora nei secoli XVIII e XIX accadde più volte anche in uno stesso anno che le nostre terre rimanessero sommerse per molti mesi, a causa delle piogge, o delle rotte degli argini del fiume Po. IL TERRITORIO NEL PERIODO DEI GONZAGA Nell'anno 1329 Luigi Corradi di Gonzaga (la Famiglia aveva da non molto tempo adottato, come proprio, il nome della località) fu proclamato Capitano Generale e primo Signore di Mantova dall'Imperatore Luigi il Bavaro, il quale gli aveva conferito, infatti, la dignità di Vicario Imperiale in Mantova e relativo territorio, con diritto di successione. Su tale potere vicario si costruirono nei secoli (dal 1329 al 1708) la potenza, i fasti e la rovina della antica famiglia Corradi divenuta Gonzaga. Per quanto riguarda specificamente il territorio di Magnacavallo, è noto che già nell'anno successivo e cioè nel 1330 il Vescovo di Mantova, Giacomo II de Benfatti, investì Luigi Gonzaga per sé e successori maschi e femmine del possesso feudale di Sermide e del relativo Distretto con ogni pertinenza, abitanti presenti e futuri, onori e giurisdizione ("quasi universis"), nonché ogni diritto spettante allo stesso vescovo di Mantova. Da quel periodo i Gonzaga formarono liste di uomini del territorio, che risultassero atti alle armi, da chiamare in caso di necessità. Una di queste liste riguardante proprio il Distretto di Sermide del quale facevano parte i territori di Felonica e di Magnacavallo è stata scoperta in Archivio Gonzaga a Mantova pubblicata da Vannozzo Posto (cfr. in "Gazzetta di Mantova" 14 giugno 1979): in essa appare trascritto anche il primo Benati del quale si ha notizia nella nostra zona: Bongiovanni, munito di "tabulacio"e "cultelo". Cominciò così sull'intero territorio il dominio dei Gonzaga che doveva protrarsi interrottamente, seppure con varie intensità e forme, fino alla convenzione di Ratisbona del 1708, quando fu sancita la deposizione dell'ultimo duca Ferdinando 11° Carlo Gonzaga e l'Austria esercitò la sovranità diretta su Mantova e l'intero territorio, compreso quello di Magnacavallo, (n.d.r. anche se non nominato nel trattato: come si sa, la "Storia dei Grandi" è scritta sul libri, la sorte degli umili è molto spesso del tutto ignorata!). In tutto questo periodo Magnacavallo, se pure già esisteva come insediamento unitario prima del 1500, non ebbe personaggi illustri, ne fu teatro di celebrate battaglie: certamente il territorio e gli abitanti dovettero sentire e subire gli effetti naturali delle calamità e delle malattie, non certo attenuati da un sistema economico-politico nel quale, tutto sommato, veniva concesso alle famiglie e alle generazioni più povere poco più che una stentata sopravvivenza. I Gonzaga ebbero per secoli la proprietà di alcuni rilevanti possedimenti nelle località Dosso d'Inferno, Barbello e Brasilie (diversi appartenenti alle famiglie Gonzaga furono padrini, o madrine, ai battesimi celebrati nella parrocchiale). IL 1600 – XVII Secolo - PROFILO STORICO All'inizio del secolo Mantova e il nostro soggetto territorio erano impegnati economicamente con contribuzioni e militarmente con la formazione dei corpi militari, per contrastare l'avanzata dei Turchi che avevano esteso le loro conquiste fino all'Austria e minacciavano Vienna. Il quarto Duca di Mantova Vincenzo aveva già reclutato 400 soldati a cavallo nel 1595; ed altri ne condusse contro i Turchi nel 1601 con scarso successo. Agli inizi del secolo gli Ebrei della città furono fortemente contrastati: si stabilì che i quattro portoni di accesso al Ghetto rimanessero chiusi nelle ore notturne. Nel 1627 si estinse la linea diretta dei Gonzaga e cominciò l'aspra guerra, nella quale furono coinvolti i maggiori stati dell'Europa continentale, per la successione al Ducato di Mantova, e Monferrato contesa dal Duca Vincenzo Gonzaga di Mantova e dal Duca Carlo Gonzaga Nevers. Anche Magnacavallo pagò un prezzo altissimo a causa della contesa, avendo subito l'invasione dei Lanzichenecchi e le tragiche conseguenze della terribile peste dell'anno 1630. La guerra finì nel 1631 col trattato di Cherasco ed il duca Carlo di Nevers prese possesso di Mantova e del suo territorio. In quegli anni i Duchi di Mantova arricchirono la loro Corte, assecondarono Arti e Scienze, ma non disdegnarono i piaceri della vita. Verso la fine del Secolo cominciò la guerra tra l'Austria e la Francia per la successione di Carlo II rè di Spagna. Francesi e Spagnoli, con i Piemontesi loro alleati, invasero l'Italia ed ebbero l'aiuto del Duca di Mantova Ferdinando Carlo. Nuovi lutti e nuove rovine per il nostro territorio divenuto, come al solito, teatro di scorribande e di insediamenti guerreschi. LA ROTTA DEL PO DEL 22.XI.1609 II 22 novembre 1609 il primo Rettore Don Salvatore de Monti, annotò, dopo la registrazione del battesimo di Domenico Spinardo, figlio di Leonello e di Lavima: "// tal giorno ruppe il Po in . . . luoghi co' grandiss0 danno del Mant" La nota si riferiva probabilmente alla rotta sopra Revere, a causa della quale, come si legge nell'opera del Mantovani (cfr. G. Mantovani, p. 290), ". . . affondò Mantovano et parte del Modenese et Mirandolese, perendo grandissima quantità di gente e d'animali . . .". Dai Libri della Parrocchia non è stato possibile desumere un riscontro locale dei disastri riportati dal Mantovani, in quanto la registrazione dei morti inizia dal 1627; è facile, tuttavia dedurre che Magnacavallo, per la posizione intermedia tra il territorio di Revere e quello modenese, avesse subito in tutta la sua gravita anche la rotta di Revere del 1609, se il Curato la ritenne meritevole di speciale memoria in un anno m cui le rotte erano state cinque nel tratto da Revere al Delta. Non è nemmeno da escludere che, proprio a causa di quella rotta del grande fiume, siano andati distrutti antichi documenti della Parrocchia. La rotta del 1609 è la prima tra quelle accadute in 270 anni delle quali sono conservati riferimenti documentali nell'archivio della Canonica; ma non si può affermare che sia stata tra le più gravi, sempre con riferimento al paese. Certo è che la zona valliva e non convenientemente bonificata ha favorito nel corso dei secoli il ristagno delle acque con conseguenti difficoltà di insediamenti abitativi e di conservazione dei fabbricati. L'antica comunità locale doveva essere ben rude e forte per sopravvivere in un ambiente tanto disagiato e disastrato! LA PESTE Nel 1630 Mantova era stata assediata dai Lanzichenecchi, mandati dall'Imperatore per contrastare le pretese di Carlo Gonzaga, duca di Nevers, alla successione del Ducato di Mantova e del Monferrato, quando alla guerra (ed ancora il peggio doveva venire, con il terribile sacco alla città, ferocemente effettuato dagli invasori germanici nei giorni 18-20 luglio) si aggiunse la peste iniziata l'anno precedente. Il morbo dilagò rapidamente e fece nella sola città molte decine di migliala di vittime tra i civili e le soldatesche, anche perché molti abitanti del contado si erano rifugiati all'interno delle mura per mettersi in salvo dalla violenza degli Alemanni. I segni premonitori ed i primi sintomi della peste dovevano già essere apparsi nel paese fin dal precedente anno: infatti, mentre nel 1628, a Magnacavallo, erano morte 18 persone, nel 1629 i decessi furono ben 46. Il paese, coinvolto semplicemente per la sua ubicazione nella guerra di Successione, nel 1629 era stato occupato dai mercenari e dalle soldatesche dell'Imperatore, quando venne colpito dalla epidemia, come tutto il territorio mantovano e quelli limitrofi (diverse persone di Magnacavallo morirono e furono sepolte a Bondeno ed a Pilastri, che appartenevano agli Estensi di Ferrara). In quell'anno scomparvero per il morbo ("... bogne di mal contaggioso... ") almeno 442 persone e non mancarono le morti violente, per cause rimaste misteriose, ma certamente dovute alla presenza dei soldati stranieri. Pur nella scarsità delle notizie riportate nel citato Libro parrocchiale, peraltro incompleto perché molte pagine sono andate perse, o distrutte, si presume che in quel periodo, proprio a causa della presenza di soldati e di mercenari, nonché per la diffusione epidemica della pestilenza, siano accaduti nel paese molti episodi di violenza, di ruberie, di saccheggio, di persecuzione; magari anche alla caccia di immaginar! untori, come sovente avviene in tali circostanze, come è stato riportato dai cronisti dell'epoca (cfr. per tutti, vedasi Scipione Capilupi, Cronaca di Mantova citata da B. Arrighi, p. 320, nota 14) e mirabilmente descritto dal Manzoni ne "/ Promessi Sposi". Queste ipotesi trovano riscontro nei seguenti dati documentali: - Si legge, a pag. 330 del citato Libro dei Morti che, in data 11 aprile 1630, un certo lacomo Zombino fu ucciso "dalli soldati Alemani", vicino alla "Chiesa d°i Tarabuzzi essendo in q/lo tempo capelano . . . D. Giacomo Micheli". - Lo stesso giorno, un altro uomo, "Domenicus Lussava fu ritrovato morto et li era stata tagliata la testa dal busto e ferno ucisi la stessa notte" sua moglie e suo figlio Domenico. - Nel libro è anche annotato che Bartholomeo de Bonzhanini fu ucciso (non è detto da chi, ma probabilmente da soldati) "de Archihugiate e andò a morire sotto ilfenelle dell'ill.Mo D/s Marchese Catt°"; cioè, sotto il fienile della Corte Catania, che allora apparteneva sicuramente ai marchesi Cat-taneo di Mantova, abbattuta, nel 1984 per le cosidette esigenze del progresso. - Nel 1630 morirono a Mantova, dove si trovavano soldati all'assedio, i compaesani Matheo Corradini di anni 28, Nadal Ferrar! di anni 40, Santo Pirboni di anni 21, Bortholomeo Canossa di anni 28 (cfr. Li.Mo.Mg., cit., pagg. 310, 311, 312). - A Magnacavallo morì di "febre" lacopo Dolci, "caporale della soldatesca dell'Ill.mo Co:Soragna di S.M. Cesarea" (cfr. Li.Ba.Mo.Mg. cit., pag. 321). In quel terribile anno della pestilenza era Rettore della Chiesa Don Francesco Felino Felini, il quale segnò sul Libro i nomi dei morti ed il luogo della sepoltura, senza riportare la data dei decessi (soprattutto nella prima parte dell'anno, dal marzo al luglio), ma solo numerando le singole annotazioni: tanti furono i morti e le tragedie (spesso morivano anche 15-20 persone in un solo giorno), che probabilmente mancò al Rettore perfino il tempo materiale di completare le annotazioni. Ma dobbiamo a Don Felino Felini se la memoria di quell'anno spaventoso per il nostro piccolo paese, è stata conservata per i posteri ed è giunta fino a noi. Per meglio comprendere l'eccezionalità tragica della situazione, basti pensare che il morbo distrusse contemporaneamente intere famiglie: fra le tante ricordiamo quella di Pelegrino Ferrari (in poche ore morirono, oltre al capo famiglia, anche la moglie Caterina, la figlia Francesca ed il figlio Pelegrino); quella di Vittorio Ghiso, di circa 45 anni di età, sepolto a Magnacavallo con quattro suoi figli; quella di Lionello Spinardo, morto di peste con la moglie e cinque figli; quella dei Baroni, della quale perirono contemporaneamente ben 12 persone tra genitori, figli e nipoti. La peste e la guerra, mietendo così tante vite, furono anche causa diretta, come è facilmente immaginabile, di una drastica diminuzione delle nascite nello stesso periodo ed in quello successivo. I nati a Magnacavallo nel 1630 furono 14 e quelli nel 1631 e 1632 soltanto 8: 4 per ciascun anno. Nel periodo precedente la peste il paese doveva avere dai 550 ai 650 abitanti. A tale ipotesi si può dare un certo credito, in mancanza di documenti precisi, considerando che nel paese, come era avvenuto nella città di Man-tova, siano morte per peste almeno il 70-80 per cento delle persone. Questo dato percentuale si ricava, oltre che dalla Cronaca del Capilu-pi, anche dallo studio di R. Signorini (cfr. Schizzerouo, Zanca, Signorini, pag. 99), laddove si legge che in Mantova vi erano circa 60.000 persone tra residenti e rifugiati e che di queste ne moriron circa 46.000 di peste e 8.000 per il sacco! Il dato percentuale è confermato sostanzialmente anche dal Quazza (cfr. Romolo Quazza, pag. 267) il quale scrisse: "nella regione Mantovana dei 170.000 abitanti di un tempo si era discesi ai 43.000. Gli abitanti della città si erano ridotti di tré quarti per la peste, la fame, la guerra". L'attendibilità del dato trova conforto anche se raffrontato a quello di altri paesi vicini: ad esempio, Borgofranco a quell'epoca aveva circa 600 abitanti. Lo stesso nostro paese nel 1716 contava 948 abitanti (cfr. Visitazione del Vescovo in A.S.D.MN, Fondo Curia Vescovile, Vescovo A. Arrigoni). Il Quazza descrive la gravissima situazione nelle campagne mantovane spopolate, con i terreni divenuti incolti per mancanza di manodopera e offerti in vendita per pochi soldi (30 lire per una biolca) "a quei pochi per lo più provenienti da altri stati, che disponevano di denaro liquido, spesso frutto della vendita di illecito bottino". Stando ai registri parrocchiali di Magnacavallo, nei quali non compaiono cognomi di nuove famiglie, è più probabile che i pochi proprietari siano ricorsi ad altro rimedio concesso dai Gonzaga, deducendo gratuitamente per cinque anni i propri terreni da oneri fiscali, o penali. Il Duca Carlo 1° provò persino, senza peraltro riuscirvi, a iar emigrare nel proprio stato un migliaio di Olandesi, lavoratori e capitalisti, "per provvedere di nuovi abitatori lo spopolato mantovano " (cfr. R. Quazza, pag. 268). E doveroso a questo punto sottolineare che, forse, non tutti i battesimi furono registrati dal Rettore di Magnacavallo nell'anno 1630 e nei due successivi; infatti la tenuta del Libro dei Battezzati e dei Morti non fu ordinata e continua; in quel periodo si riscontrano dei vuoti considerevoli. Tuttavia il numero dei nati deve essere stato pur sempre minimo. Per lo stesso anno 1630 anche la registrazione dei morti è giunta a noi un po', mutilata, oltre che per il pessimo stato di conservazione del Libro, per la infelice mano di un moderno rilegatore; per cui si può ragionevolmente ritenere che il numero dei morti, nel periodo della peste, sia stato maggiore di quello oggi rilevabile dalle registrazioni esistenti. Il numero di cinquecento morti, generalmente indicato, pur non essendo documentalmente dimostrato, certamente è molto verosimile. Forse lo stesso Rettore Don Fellini, che era rimasto tra la sua gente, morì di pestilenza poiché successivamente all'anno 1630 le registrazioni dei battesimi e delle morti furono redatte da un altro sacerdote. Comunque, anche se nel Libro manoscritto non appare nominato un nuovo Rettore, è soltanto nell'anno 1632 che ricomincia una certa, lineare sequenza nelle registrazioni, ad opera di Don Lodovico Bianchi ("Blanchus"}. In quell'epoca, esisteva ancora nella parrocchiale l'altare dedicato a S. Lodovico, al quale era preposto quale Cappellano Don Giacomo Micheli, morto "di febre bogne e carboni" il 28 agosto 1630. Di questo Don Micheli Cappellano dei Signori Tarabusi si trovano altre indicazioni nella parte del Libro ove sono registrati i battezzati (cfr. Li.Ba.Mo.Mag.cit., pagg. 112, n. 34; pag. 121, sub n. 7). La Famiglia Tarabusi apparteneva, per sangue o per censo, alla nobiltà cittadina; si sa che Orazio Tarabuzzi e suo padre Gianfranco morirono di peste a Mantova nel Marzo del 1630 (Zanca, in Schizzerotto, Zanca, Signorini, pag. 82). A Magnacavallo doveva essere stato istituito un centro di isolamento per i malati di peste del quale, peraltro, non è rimasto alcun segno strutturale; infatti dopo circa due secoli esisteva (ora non più) una località chiamata "LaZZarettO" (cfr. Li.Mo.Mag. 1887-1908, pag. 97, n. 66: Corazzar; Antonio risulta nato "in loco vulgo Lazzaretto"). Il Rettore Felino Felini concluse le sue note alla fine dell'anno con una scarna, ma efficace frase purtroppo incompleta per l'usura della pagina del manoscritto, ma pur sempre importantissima come documento consegnato alla memoria dei posteri (cfr.LLMo. ck., pag. 289) "... fine dell'anno 1630 infelicissimo p(er) causa di guerra peste e fame, e di trauagli stato tutto signato ". La peste e la guerra, causate comunque dall'uomo non ebbero, tuttavia, il sopravvento sulla natura e la vita riprese a scorrere anche nel piccolo borgo: i primi nati dei due anni successivi furono proprio due Baroni, appartenenti ad una famiglia tra le più colpite dalle calamità! ANNO 1631 Dopo la morte di tanti abitanti nel precedente anno a causa della pestilenza, anche il 1631 fu un periodo tragico per Magnacavallo. L'11 Aprile di quell'anno, come si legge in una memoria stesa probabilmente da Don Ludovico Bianchi, che m quell'epoca aveva iniziato il suo ministero di Curato della Parrocchia (cfr. Li.Mo. 1603-1649, pag. 330), Peregrino Ramen, Anselmo Gilberti, Giovanni Rizzi, e la moglie di Giovanni Gilberti furono uccisi, non si sa da chi, ne per quale motivo. L'estensore della nota non ha riportato altri particolari: possiamo, pertanto, soltanto immaginare che, forse, i quattro siano stati eliminati da qualcuno tra i soldati mercenan, o stranieri, che in quel tempo stazionavano o transitavano per il territorio, impiegati nella lotta per la successione nel Ducato di Mantova e Monferrato. Quegli stessi soldati Alemanni, o Lanzichenecchi, che l'anno precedente avevano ucciso diverse persone nel paese. INONDAZIONI E CARESTIE NEGLI ANNI 1671 – 1697 Gli effetti della peste del 1630 si prolungarono per anni sul territorio reso spopolato dal morbo ed ulteriormente impoverito dalle ruberie degli invasori e dalle imposizioni dei Gonzaga. Il Mantovani ha segnato carestie ricorrenti ed inondazioni del fiume: soprattutto nel "1679 grande carestia di grani per le inondazioni del Po sopra la maggior parte delle terre" (Mantovani, p. 166). In quegli anni il parroco registrò gran numero di morti (cfr. Li. Mo., 1746-1798): 77 nel 1677 e nel 1679; 114 nel 1678. IL 1700 – XVIII Secolo - PROFILO STORICO Se il secolo precedente era stato caratterizzato da guerre di Successione, dal sacco degli Alemanni nella città e dalla tragica peste del 1630, il '700 si aprì subito con un'altra aspra contesa la quale ebbe conseguenze anche per il paese. Dunque, nel 1700 era Duca di Mantova Ferdinando Carlo di Nevers, ". . . simbolo dell'insipienza rassegnata, dell'inerte incapacità di agire e insieme della vuota presunzione", (cfr. Mario Canafesta, pag. 282) quando l'Austria e la Francia avevano intrapreso una guerra per la successione al trono di Spagna. La contesa ebbe come campo di battaglia anche il territorio mantovano ed il nostro paese ne subì conseguenze funeste per la colpevole negligenza degli occupanti di turno: i franco-piemontesi. Politicamente Magnacavallo cambiò padrone: intatti nel 1707 Ferdinando Carlo venne deposto "per fellonia" dall'Imperatore d'Austria. Mantova ed il suo territorio, compreso quello del nostro paese, passarono sotto il dominio diretto dell'Austria: dominio che: per il paese, doveva prolungarsi, a parte brevi periodi di lontananza degli Austriaci, fino al 24 giugno 1866. Finita quella guerra, dopo alcuni anni di relativa tranquillità, nel 1734 ne cominciò un'altra per la Successione al trono polacco. Mantova ed il suo territorio subirono le angherie di nuovi invasori. Nel 1735 l'esercito - piemontese espugnò la fortezza di Mirandola, dilagò nel territorio mantovano e strinse d'assedio la città. Nel 1737, ristabilita la pace, Mantova ed il suo territorio furono assoggettati amministrativamente al governatore austriaco di Milano. Nel 1740 scoppiò un'altra guerra di Successione, questa volta al trono austriaco per la mancanza di figli maschi dell'Imperatore Carlo VI Asburgo: nuove imposizioni, inquisizioni, angherie varie e molto gravose; continuo passaggio e alloggio di soldati. Tutti i cittadini, compreso il clero, dovettero contribuire direttamente al mantenimento delle truppe. Dopo il trattato di Aquisgrana nel 1748, Maria Teresa figlia di Carlo VI divenne Imperatrice, staccò Mantova da Milano, rendendo alla città una notevole autonomia amministrativa e politica. Il territorio Mantovano fu diviso in 19 Preture tra le quali quelle di Revere e Sermide. Il periodo di Maria Teresa, fino alla sua morte nel 1780, fu caratterizzato da un notevole fermento culturale del quale, peraltro, beneficiarono soprattutto la città e le classi nobili per censo o per sangue; ma anche da una più pressante imposizione fiscale nelle campagne, per effetto dell'aggiornamento degli estimi catastali e dell'appalto delle tasse e dei dazi. Se il fermento culturale, artistico e del pensiero fu caratterizzante soprattutto per la città, il territorio mantovano compreso quello di Magnacavallo, ebbe una nuova organizzazione con la creazione e l'applicazione del Catasto generale. Tutti i terreni ed i fabbricati descritti su mappe e disegni particolari per ogni singolo comune vennero divisi in particelle geometriche singolarmente numerate; si crearono il sistema delle Tavole per la lettura delle Mappe, i Partitari per la registrazione dei trasferimenti di proprietà, i Ca-tastim con l'elenco dei possessori e dei numeri di mappa, delle misure e dell'estimo. Questo sistema catastale detto Tavolare è ancora in vigore in Trentino-Alto Adige. A Maria Teresa successe il figlio Giuseppe 11° fino al 1790 e quindi, alla morte di questo, divenne Imperatore Leopoldo 1°. Gli ultimi anni del secolo videro l'invasione dei Francesi di Napoleone, i quali occuparono Mantova ed il suo territorio. Anche a Magnacavallo, durante l'occupazione francese, i preti delle parrocchie divennero "cives", cittadini; i mesi dell'anno furono indicati con i nomi rivoluzionari francesi: Brumaio, Piovoso, Germinalo, Messidoro, Vendemmiaio, ecc. Napoleone ordinò che le porte di accesso al Ghetto degli Ebrei rimanessero aperte anche di notte, revocando quella disposizione restrittiva istituita dai Gonzaga nei primi anni del 1600. Nel 1799 il territorio fu rioccupato per poco tempo dagli Austriaci, 1 quali avevano ripreso anche Mantova approfittando della assenza di Napoleone impegnato nella campagna d'Egitto. In quel periodo l'albero francese della libertà fu più volte innalzato ed abbattuto nelle nostre piazze; le requisizioni e la chiamata alle armi furono pressanti. Tremila reclute combatterono a Poggio Rusco contro i francesi (cfr. M. Cattafesta, p. 340): certamente non mancarono tanti di Magnacavallo tra questi giovani, dato che il paese, nel periodo di occupazione francese, dipendeva amministrativamente dal Poggio. LE INONDAZIONI DELL'ANNO 1705 II 1705 fu un altro anno disastroso; ed erano appena trascorsi settanta anni da quel disastroso 1630! Le piogge numerose, le piene del fiume Po, gli argini indeboliti dalle calamità naturali e dalla incoscienza degli occupanti di turno, la guerra di Successione al Trono di Spagna, con la presenza di soldatesche nella zona, furono causa di inondazioni spaventose, quali non si ricordavano a memoria d'uomo. Il Mantovani (cfr. G. Mantovani, Pagg. 299,300) ricordò per quell'anno ben 48 rotte degli argini nel territorio mantovano a valle di Guastalla; tanto che per molti giorni, scrisse l'autore, "in tutto il mantovano allagato non si poteva viaggiare a piedi, o a cavallo, ma solo in barca". Il giorno 6 Novembre a Revere gli argini del Po, che erano stati gravemente e sconsideratamente indeboliti dai soldati franco-spagnoli mediante il prelievo di enormi quantità di terra per costruire fortificazioni militari, non resistettero alla eccezionale piena e si squarciarono, scomparendo per lunghi tratti. Le acque sommersero i campi ed assalirono con violenza i territori dei paese rivieraschi e di quelli arretrati, giungendo fino alle terre del Ferrarese e del Modenese, (cfr. D. Magri, Memorie e Documenti di Revere ecc., pagg. 28, 163 -165). In quelle drammatiche circostanze Don Giovanni Borzana annotò sul Libro dei morti i seguenti decessi avvenuti per annegamento, o per crollo di case: Nel nostro paese, che si trova a meno di sei chilometri dal fiume Po, i flutti sabbiosi assalirono e sommersero con violenza uomini, ammali e cose, ristagnando poi per diverso tempo sul territorio non adeguatamente canalizzato; i fabbricati più deboli, le case fatte di mattoni legati solo con malta di terra, crollarono; così avvenne anche per la recinzione del cimitero annesso alla Chiesa e per la cantina della casa parrocchiale, per la cui ricostruzione occorsero, l'anno successivo "miliaia undeci di pietre Cotte". Di quell'avvenimento Don G. Borzana lasciò la seguente Memoria (cfr.in Li.Mo.Mg. 1847 - 1887, pag. 1). "Luduicus de Veratis maritus q.n Paula Bamabea in com.ne s.e Matris Eclae penit in inundatione acquarum Padi sub die 26: 9bris i705; cuius corpus inventus fuit in Arnis Dossi nuncupati Inferi, et a lacobo Malaghò vespiglione huius parochiae SS Apos Petri et Pauli Loci Magnacavalli sepultusfuit in dicto loco ob deformitate corporis putrefacti". DEVASTAZIONE DELLA CORTE DEL DOSSO "A causa delle ricorrenti emergenze" per la guerra di Successione al Trono di Spagna, la Corte del Dosso fu devastata dagli occupanti di turno. In particolare l'Oratorio fu rovinato, i muri sbrecciati, il tetto sfondato, le porte divette, l'altare profanato. In proposito, non abbiamo reperito documenti più specifici: pertanto possiamo soltanto supporre che si trattasse dell'Oratorio antico, che si trovava di fronte al palazzo padronale. Il Marchese Carlo Gonzaga, già deposto per "fellonia" nel 1707, era da poco defunto quando i suoi eredi l'anno successivo, disposero che l'Oratorio fosse restaurato. Il Vescovo di Mantova, a mezzo del Vicario Generale Francesco Simbeni dispose, pertanto, che il Parroco del paese, al cui territorio apparteneva il Dosso, si recasse all'Oratorio per riscontrare i danni e per controllare che le opere di restauro fossero eseguite ". . . in laudabil forma e decentemente . ..". Lo stesso Parroco venne incaricato di provvedere, in nome del Vescovo, a ribenedire l'altare ". . . Ridotto in stato e con la Pietra Sacra, ... secondo la forma prescritta nel Riturale Romano. . .", affinché Vi si potessero ancora celebrare le Messe secondo la volontà del Fondatore, provisi di Calice e Paramenti opportuni e lodevoli... ". E appena il caso di accennare che con la destituzione di Carlo i Gonzaga furono privati di ogni potere esercitato per antica investitura imperiale, ma non delle loro personali proprietà; per cui tutte le Famiglie del casato mantennero intatte le loro proprietà personali, compresa quelle del Dosso d'Inferno e, probabilmente, del Barbello e delle Brasilie. L'ARREDAMENTO DI UNA STANZA NELL'ANNO 1719 Nei primi anni del 1700 l'arredamento privato di molte case del paese doveva essere molto modesto, di fattura artigianale e per lo più famigliare, come si rileva dalla descrizione di una stanza da letto dell'aprile 1719. E non è da dire che quella stanza descritta fosse tra le più umili, se essa era stata adibita ad alloggio del Padre Predicatore Pietro Guindani, Lettore Agostiniano da Cremona in occasione della Quaresima, nell'anno 1719. La stanza si trovava "nella casa vecchia parrocchiale" del paese (quella posta in fondo alla Cà Longa) e le quattro "banche da letto" erano state ". . . fatte fare quest'anno da quelli del comune con le assi poste sopra le piane di questa Sagrestia quali dovevano servire per il solare della medesima". Unico segno di distinzione, ovvero di. . . privacy, riservato al Predicatore, evidentemente per il suo stato sacerdotale, era la stercoraria, cioè una comoda con il suo accessorio d'uso, che gli consentiva di far fronte in privato ai suoi bisogni fisiologici: il che, per quei tempi, doveva essere veramente un'eccezione, in quanto non consta che, normalmente, le case (se tali si potevano definire anche i molti tuguri) fossero provviste in qualche modo di servizi igienici interni! IL 1800 – XIX Secolo - PROFILO STORICO Fin dalla fine del 1700 e per tutta la metà del 1800 si avvicendarono in Mantova e nel suo territorio diverse Autorità sovrane, per lo più straniere. In particolare la zona a destra del Secchia e del Po, dove si trova il paese, dopo essere stata dominio per quasi quattro secoli dei Gonzaga e quindi degli Austriaci, ebbe molti dominatori. La dimensione limitata e le finalità del presente lavoro non consentono di descrivere dettagliatamente le vicende storico - politiche di quel periodo; ma si ritiene non inutile elencare le dominazioni succedutesi dal 1707 al 1866, per far risaltare la mancanza di considerazione per le nostre popolazioni costrette a passare da un sovrano all'altro, spesso senza alcuna apprezzabile spinta ideale di carattere popolare e quindi senza alcuna forma di autentica accettazione, ma solo per il volere dei potenti attuato, sempre, con la costrinzione delle armi o per baratti territoriali: ecco, dunque, in sintesi, l'indicazione dei vari poteri succedutisi in circa 160 anni nel territorio: - Sacro Romano Impero, dal 1707 (con la destituzione, per "fellonia" di Ferdinando II Gonzaga) al 1797 - (Pace di Campoformio) - - Repubblica Cisalpina franco-italiana, dalla conquista di Mantova da parte dell'armata d'Italia di Napoleone avvenuta il 2 febbraio 1797, fino al 1799 - In questo periodo Mantova ed il suo territorio, ricompresi nel Dipartimento del Mincio furono retti dalla Giunta di Governo - - Sacro Romano Impero, fino al 1801 - - Vicereame dell'Imperatore Napoleone, fino al 1814 - - Impero austriaco, dal 1815 fino al 1848 (L'ultimo Imperatore del Sacro Romano Impero fu Francesco II come Imperatore d'Austria) - - Governo Provvisorio Lombardo, dall'aprile al luglio 1848 (Fase vincen tè, per il Piemonte, della prima Guerra d'Indipendenza) - - Impero Austriaco, dal luglio 1848 al 1859 - - Governo Provvisorio Sardo, dal giugno al dicembre 1859 (Prima fase della seconda guerra di Indipendenza) - - Impero Austriaco, dal dicembre 1859 al 24 Giugno 1866 - Sconfitto definitivamente Napoleone nel 1815, Magnacavallo ed il suo territorio per effetto della pace di Vienna tornarono al dominio dell'Austria; tuttavia il seme libertario portato da Napoleone, a prescindere delle spogliazioni e ruberie cui furono soggette le città e le campagne, cominciava a dare frutti: l'insofferrenza si diffuse soprattutto tra le classi più agiate: nobiltà illuminata, borghesia di città e di campagna; quelle più umili essendo per lo più intente, come avveniva da secoli, a gestire la loro miseria. Cominciarono i primi moti rivoluzionari ed il territorio, quasi confinante con la Legazione Pontificia di Ferrara e con il Ducato di Modena, ne sopportò conseguenze varie. Il banditismo divenne preoccupante: molti giovani, infatti, si sottrassero alle innumerevoli coscrizioni militari e diversi tra loro si diedero alla macchia, risolvendosi a vivere essi stessi di ruberie, aggressioni, estorsioni, contrabbando, alimentando il fenomeno di brigantaggio duramente combattuto dagli Austriaci anche a Magnacavallo. I primi moti del 1821 non interessarono direttamente il territorio, ma certamente ne influenzarono le condizioni. Il paese sentì l'alito delle forze liberatrici del Piemonte nella prima Guerra d'Indipendenza (1848 - 1849), nel 1859 fu aggregato per pochi mesi al Dipartimento di Bozzolo sotto il Rè "Galantuomo" Vittorio Emanuele 11°; tornò alla sovranità austriaca con l'armistizio di Villafranca ed il successivo trattato di pace stipulato tra la Francia ed il Piemonte da una parte e l'Austria dall'altra; rimase sotto la dominazione austriaca fino al 24 maggio 1866, quando le truppe italiane provenienti dal modenese giunsero a Magnacavallo primo paese mantovano della bassa ad essere occupato dal "prode esercito italiano", proprio nel giorno anniversario delle vittoriose battaglie del 1859 a San Martino e Solferino. A ricordo dell'avvenimento esiste tuttora, murata sul fianco destro della Chiesa parrocchiale, una epigrafe marmorea così scolpita: MAGNACAVALLO NELLE BATTAGLIE ESTREME CONTRO LO STRANIERO DAL GIORNO 24 GIUGNO AL 7 LUGLIO 1866 VIDE STUPITO ONORÒ QUAL VALSE IL PRODE ESERCITO ITALIANO ACCAMPATO NELLE SUE TERRE PAESE PER FORTUNA DI LOCO. PRIMO A LIBARE IL BENE DEL RISCATTO NEL BACIO DELLE PATRIE BANDIERE QUESTA LAPIDE POSE A MEMORIA DEI POSTERI REGNANTE IL PIÙ LIBERALE DEI RE VITTORIO EMANUELE II° Le truppe provenivano dai territori dell'ex Ducato di Modena annessi all'Italia nel 1859 e rimasero accampate nel prato Guerino fino all'8 luglio 1866, quando passarono il Po attraverso un ponte di barche appositamente costruito a Carbonara. Dopo pochi anni l'Italia, che per tanti secoli era stata terra di conquista e di invasioni barbare e straniere, comincerà a conquistarsi un posto al sole in Africa. Nella nostra zona iniziarono anche i fermenti ed i contrasti tra la classe più povera dei contadini, braccianti, piccoli propnetari da una parte, e quella dei grandi possidenti ed affittuali della terra dall'altra. Il diffuso degrado economico causato dalle calamità naturali fin dal secolo precedente, aggravato dalle numerose vicende belliche e dalle eccessive imposizioni fiscali, e gli effetti negativi del conflitto sociale furono le cause principali della migrazione, verso il nuovo Mondo, di molte centinaia di nostri concittadini. IL RITORNO DEI FRANCESI NELL'ANNO 1806 I Francesi erano tornati e si erano stabiliti nell'Italia settentrionale nell'anno 1801. Magnacavallo era stato aggregato al Dipartimento del Panare, quando il Commissario Straordinario, il Cittadino Giannini, accusò il Rettore Don Pellegrino Zapparoli di "essere stato impiegato o Partigiano del Governo Aristocratico in tempo della Invasione delle Truppe Austriache in questo Territorio Repubblicano". Per questo, Don Pellegrino fu "multato di una gravosa pena pecuniaria". Il Rettore rivolse, pertanto, un esposto datato 5 ventoso anno nono Repubblicano alla Amministrazione municipale del Poggio, con il quale, sostenendo che al Commissario era pervenuta una "mala informazione", invitò i Cittadini amministratori municipali "a rilasciare un attestazione che servirà poi a dar certezza di me a quella Autorità". La Amministrazione di Poggio Rusco, con un provvedimento scritto m calce al ricorso, firmato Morselli Propezio, dava atto che non constava che don Pellegrino fosse stato impiegato, o Partigiano del Governo Austriaco, precisando altresì che le informazioni non erano partite dalla Municipalità (cfr. A. P., Busta n. 27). LA ROTTA DEL PO NELL'ANNO 1839 La notte del 12 novembre 1839 l'argine del fiume a Bonizzo fu travolto dalle acque in piena. La breccia era larga 400 metri secondo l'Arrighi (n.d.r.: Arrighi, p. 429), 750 Secondo il Mantovani. Furono allagate tutte le terre del Poggio, di Sermide e dei villaggi limitrofi e lo stesso paese di Magnacavallo non ne fu risparmiato. L'acqua giunse fino a Bondeno (Fe) la mattina del 14 novembre, raggiungendo in quella località l'altezza di mt. 2,245. Nel totale dei tre Domìni - pontificio austriaco ed estense -, scriveva il Mantovani, restarono sommersi 5 grossi Comuni ed oltre 35 villaggi. Nella sola provincia di Mantova, annotava l'Arrighi, restarono allagate 160 mila biolche di terra, rovinarono 700 fabbricati, 1020 minacciarono di rovina; 7000 persone rimasero senza casa, 5000 "penuriarono di vitto e vestito" 1500 capi di bestiame restarono senza stramaglie! A causa dell'inondazione molte famiglie furono costrette ad emigrare in paesi più sicuri e nel 1841 l'Arciprete Don Luigi Zapparoli (il quarto Zapparoli a reggere la Parrocchia) annotò a conclusione dello "Stato di Popolazione della Parrocchia" "lì 18 maggio 1841 – Popolazione – Totale prima dell’acqua N° 1562 – Totale d’oggi N° 1343 Deficit N° 219. I PROCESSI STATARI DEL 1852 - 1854 Molti giovani, in quel periodo così denso di avvicendamenti politici e militari che va dall'inizio dell'anno 1800 fino al 1866, disertarono le chiamate dei vari eserciti. I renitenti, costretti a vivere alla macchia, finirono spesso per darsi anche ad azioni delittuose e furono duramente perseguiti dalle autorità costituite. Il fenomeno divenne più grave e dilagò con il ritorno degli Austriaci, dopo la sconfitta definitiva di Napoleone. Infatti l'Inghilterra e l'Austria avevano vinto Napoleone, tuttavia le idee rivoluzionarie di libertà e di uguaglianza esportate dai Francesi avevano attecchito e sempre più numerosi erano i consensi che provenivano soprattutto dai ceti medio alti. Il Governo austriaco affrontò il problema nei suoi riflessi amministrativi e politici, obbligando per un verso i residenti titolari di reddito a pagare le imposte dei disertori e dei fuoriusciti, imponendo dall'altro la legge marziale. Nel 1852 l'Imperiale Regio Tribunale Militare Statario, costituito per fronteggiare il fenomeno del brigantaggio che, in effetti, si era sviluppato in forme estese e preoccupanti per la tranquillità delle popolazioni e per la stessa stabilità politica, celebrò molti processi itineranti a Sermide, a Revere, a Ostiglia, a Poggio Rusco, a Quistello, pronunciando condanne a morte eseguite immediatamente sulla scorta di confessioni ottenute a Este anche con delazione e torture In quel periodo giovani di Magnacavallo furono fucilati; altri subirono pesanti condanne detentive; altri ancora morirono nelle carceri, o durante il servizio militare. Attraverso le comunicazioni ufficiali dei decessi notificate al Parroco di Magnacavallo, i Libri Parrocchiali ed altre notizie pubblicate recentemente dal Magri (cfr. Magri, Memorie e documenti ecc., pagg. 40 - 41) è Stato possibile ricostruire il seguente elenco dei condannati del nostro paese: Pinotti Amadio fu Mariano, di anni 21, condannato alla pena di morte il 2 giugno 1852 e qui fucilato alle ore 13,15 dello stesso giorno (cfr. Li. Civ. Mo. Mg. 1848-1866, T. 27, 19). Ballista Gasparo falegname fu Giovanni, di anni 46, condannato e fucilato in Sermide il 2 giugno 1852 (cfr. ivi, n. 20). Frigeri Angelo di anni 46, da Bondanello, ma abitante a Parolare, condannato e fucilato come sopra, a Sermide il 2 giugno 1852 (cfr. ivi, T. 28,21). Tassi Domenico fu Angelo, di anni 32, condannato il 3 giugno 1852 alla pena di morte in Poggio Rusco, qui venne fucilato alle ore 12 dello stesso giorno. La notizia venne data il 5/6/1853 al Parroco di Magnacavallo con lettera dell'I.R. Commissario Inquirente di Poggio Rusco (inedito, in A. P. Mg. B. n. 42). Garuti Giuseppe fu Dante, di anni 26, contadino, Monelli Primo di Giuseppe (questi era, forse, di Poggio, o di Mantova), furono fucilati alle ore 1,1/4 in esecuzione della condanna a morte pronunciata lo stesso giorno 8 giugno 1852 in Revere (cfr. Lettera 9/6/1852 del Parroco di Revere Don Bartolomeo Grazioli, in A. P. Mg. B. n. 42; Li. civ. Mo. 1847-1866, T. 28, 29). Accorsi Eliseo fu Luigi, di anni 32, nato a Poggio e domiciliato a Magnacavallo, fu condannato a morte in Ostiglia e fucilato alle ore 11 dello stesso giorno 8 giugno 1852 (cfr. Lettera autografa 10/6/1852 del Parroco di Ostiglia a quello di Magnacavallo, in A. P. Mg. B. n. 42). Rebecchi Pietro del fu Luigi e della vivente Bulgarelli Perfetta, di anni 22, nato a Schivenoglia e domiciliato all'Agnolo, Parrocchia di Magnacavallo e comune di Poggio Rusco, marito di Zaniboni Annunziata, fu fucilato alle ore 11 in esecuzione della sentenza lo stesso giorno 8 giugno 1852 in Poggio rusco (Lett. 14/6/1852 di Don Albino Panzani, Parroco di Poggio Rusco, al Parroco di Magnacavallo, in A. P. Mg. B. n. 42; Li. civ. Mo. 1847-1866, T. 28, 29). Sedazzari Adriano dei furono Giovanni e Gabrielli Vittoria, di anni 30, ammogliato con tré figli, nato e domiciliato a Magnacavallo venne fucilato in esecuzione della sentenza emessa lo stesso giorno 26 novembre 1852 in Quistello. Il Sedazzari, "avendo prima dato evidenti segni di contrizione", fu Sepolto nel cimitero di Quistello. (Lettera autografa 27 nov. 1852 di Don Annibale Campagnoli, Priore di Quistello, all'Arciprete di Magnacavallo, in A. P. Mg. B. n. 42). Mantovani Amadio e Francesco Borgonovi, furono condannati rispettivamente a 15 e 12 anni di lavori forzati dal Giudizio Statario in Revere (cfr. D. Magri, op. cit., pag. 40; G. Mantovani, pag. 206). Per tradizione popolare è tuttora ricordato un avvenimento tragico accaduto verso la metà del 1800. Si narra, infatti, che l'estate di un certo anno intorno al 1850 alcuni giovani, giudicati e condannati in un processo celebrato ad Este per un fatto di sangue accaduto all'Agnolo, furono condotti da Este fino a Magnacavallo con una carretta seguita da altra contenente le loro bare, e qui fucilati nel Prato Guerrino, alla presenza del popolo costretto ad assistere alla esecuzione. La tradizione popolare è provata documentalmente. Infatti nel Libro dei Morti 1847 al 1887 (pag. 23, n.ri 22, 23, 24, 25) è annotata la fucilazione, avvenuta nel Prato Guerrino il 3 giugno 1852, di Buganza Gaetano, Raineri Gaetano, Magri Domenico, da Poggio Rusco e Tassi Battista da Mulo (ora Villa Poma). Gli atti dei processi di Revere sono conservati, come riferisce il Magri, nell'Archivio Comunale di Revere, faldoni 224 e 228, e potrebbero essere consultati da altri appassionati per la compiuta conoscenza di quei tragici fatti. Al di là della formale legalità degli atti secondo le leggi in vigore all'epoca, non si può non sottolineare che il tragico e rapidissimo trasferimento dell'itinerante Tribunale Militare di morte da un paese all'altro, per rendere, quasi ... a domicilio e far eseguire all'istante condanne senza appello - anche tre nella stessa mattinata! - ed in località diverse tra loro distanti diversi chilometri, come avvenne quel tragico mattino dell'8 giugno a Poggio Rusco, Revere e Ostiglia, urta contro il senso del diritto, crea incertezza e dubbio sulla sostanziale causa e sugli scopi dei processi celebrati per fatti probabilmente scaturiti più da malcontento politico, che da inclinazione a delinquere. Da quei processi dall'esito così apparentemente scontato, data la rapidità della loro celebrazione, traspare quanto meno un fine vendicativo ed esemplare (per gli stessi motivi Sermide era stato incendiato nel 1848), accanto a quello redentivo, o repressivo, delle pene inflitte. Le esecuzioni dovevano essere, infatti, anche un tragico esempio, un motivo contro coloro che, in qualunque modo, attentavano all'autorità costituita, o si sottraevano ai doveri militari. In ogni modo quelle persone per le quali si concluse tanto tragicamente la vita., a nostro parere debbono essere ricordate ora almeno con rispettosa pietà, considerando che le condizioni economiche disastrate del tempo, l'ignoranza e l'indigenza secolari di gran parte della popolazione, l'oppressione politica, e l'occupazione militare delle varie autorità straniere abbiano almeno favorito il verificarsi di fatti illegali. Ferruccio Ferretti, "Poeta vernacolo schietto ed arguto" (cfr. "Poesie in dialetto" di F. Ferretti, con prefazione di U. Scalori, risi. 1975) rievocò quei tempi duri della dominazione austriaca nel sonetto "I Martiri di Belfiore", con questi versi: ". . . J'era brut temp alora!... par la strada n'at trovavi che sbir, spie in orcion, polizai e croat, ussar, dragon; na rantumaia perfida e sfaciada A la sera (col s'ciop e la giberna) i girava d'partut; si t'incontrava, i ta sbateva in ghigna na lanterna: e pò i volea saver chi 't seri ti e to Radar, to nono, cos 'al fava, in do t'andavi e parche 't seri lì. ... S'at gh'evi apena apena na magagna it menava davanti al comissari e lì, con on decret straordinari, it mandava in preson... a far campagna. Gneva al process, par giudizi statari, (on pressapoc dl'inquisizion da Spagna) e ancora ancora l'era na cuccagna ciapar trenta legnade... e ringraziari. Se pò 't seri da quei, al me putel, ca ta spussavi da cospirator at podevi ben dir: adio batel!" TRADUZIONE LA ROTTA DI PO NELL'ANNO 1872 Era il 23 ottobre dell'anno 1872. Il fiume, ingrossato ed in piena a causa di grandi piogge, ruppe gli argini in località Ronchi, a Sud di Revere, "…per tracimazione trascurata dall'inerzia - per non dire di peggio - di quegli abitanti". La rotta era larga oltre 250 metri e da essa l'acqua dilagò verso i territori circostanti. La diceria, anzi la convinzione che la rottura dell'argine dalla parte di Revere fosse stata provocata dall'uomo si era immediatamente diffusa: sarà stato forse che la gente anche allora credeva di attribuire all'intervento, o all'omissione dell'uomo ogni rotta dell'argine del fiume; sta di fatto che autori autorevoli come il Mantovani riportarono come certa la circostanza. Chi scrive ricorda di essere stato assieme a molti altri rivieraschi, nel novembre dell'anno 1951, una notte intera sull'argine di Po a fare la ronda, quando il fiume era così stracolmo che lo specchio d'acqua sembrava più alto al centro! Anche in quei momenti molto preoccupanti era diffuso il timore, peraltro non suffragato da fatti, che quelli dell'altra sponda potessero nottetempo attraversare con barche il fiume per venire a rompere gli argini dalla nostra parte. Lo stato di tensione e di effettivo timore faceva intuire come movimento sospetto anche un naturale movimento di frasche, o la fugace apparizione di un uccello notturno. Ma nel 1872 il sospetto dell'intervento dell'uomo doveva avere un certo fondamento, se lo stesso ingegnere governativo presente a Revere il 23 ottobre scrisse subito dopo al Regio Prefetto di Mantova: "La rotta dei Ronchi di Revere fu chiamata e fu invero una gravissima rotta!" (cfr. G. Mantovani, pag. 328). Il Senatore Marchese Pepoli fece murare sul suo palazzo a Stellata una lapide nella quale, tra l'altro, era scritto a proposito della rotta del 1872: "Agli Autori di tanto disastro. Dio conceda la pace della coscienza il Paese l'amnistia del silenzio"! L'acqua giunse fino a Bondeno, alla Mirandola, a Poggio Rusco, a Quingentole ed in altre località della zona; a Magnacavallo superò tre metri e mezzo di altezza e vi ristagnò per molto tempo: certamente anche nel successivo anno, data la ricorrenza delle piene del fiume prima che lo squarcio nell'argine fosse rimarginato. Il livello massimo raggiunto dalle acque nel nostro paese è attestato ancora oggi da una targa marmorea, murata sul lato sinistro della Chiesa e, per avere un’idea concreta della quota molto bassa del territorio basta raffrontare questo segno con un altro analogo esistente sulla facciata della Chiesa di Poggio Rusco, murato a circa un metro dal suolo!. L’acqua del Po rese del tutto inservibile il cimitero del paese, cosicché dal 3 febbraio al 2 giugno 1873 "inundationis causa" i 37 defunti dovettero essere sepolti a San Giacomo delle Segnate, Poggio Rusco, Revere. LA ROTTA DI PO NELL'ANNO 1879 Nel periodo successivo al 1873 e fino a tutto il 1878 si susseguirono le magre del fiume, che se potevano essere preziose per restaurare gli argini (il che avvenne, ma non proprio nel modo migliore) causarono danni ai mulini ad acqua che funzionavano sul fiume nel tratto tra Revere e Sermide. Nell'estate dell'anno 1879 dopo che era piovuto per circa quattro mesi, il Po ruppe ancora una volta l'argine di fronte a Borgofranco, piccolo, ma antico paese posto tra Revere e Sermide. L'acqua giunse fino a Magnacavallo e ne allagò le campagne: dai campi di grano emergevano soltanto le spighe, come ricordava ancora dopo molti anni la Signora Ernesta Turchetti Benedusi, la Levatrice comunale del paese. Nello stesso mese di giugno il Consiglio Provinciale di Mantova deliberò la costituzione del Consorzio Idraulico di Sermide, che comprendeva i comuni di Sermide, Felonica, Carbonara, Magnacavallo e parte di quello di Poggio Rusco. L'anno successivo il Vescovo Giovanni Maria Berengo trasmise con sua lettera del 29 Novembre 1880 alla Fabbriceria di Magnacavallo un contributo di lire 100, che egli stesso aveva ottenuto dalla Commissione Ecclesiastica per gli inondati dell'anno precedente, sottolineando che quella Commissione aveva provvisto di non pochi soccorsi anche ai bisogni delle Chiese danneggiate. Le conseguenze della rotta del 1879 non furono così gravi come quelle del 1872; ma anche questa calamità fu causa di ulteriore deterioramento delle condizioni economico - sociali ed ambientali del paese. L'ULTIMA CALAMITÀ DEL SECOLO Nella prima metà del 1899 essendo ormai trascorso un inverno "mitissimo" e senza neve, dopo tanti giorni di sole e con le piante fiorite già erano tornate le rondini: sembrava proprio primavera avanzata. Ma purtroppo il 19 marzo cominciò a nevicare, la neve cadde a larghe falde sul territorio e per quattro giorni ininterrottamente, coprendo i campi erbosi. L'Arciprete Don Amos annotò l'avvenimento in una Memoria (cfr. Li. Ba. Mg. 1885-1904, pag. o, il), sottolineando che già l'anno 1897 era stato calamitoso per la 'tempesta' che aveva devastato le campagne, e l'anno 1898, "fu altrettanto calamitoso in causa delle acque interne", cioè per il ristagno delle acque piovane data la mancanza di sufficienti canalizzazioni per il deflusso delle acque stesse. Quelle avversità avevano ulteriormente aggravato le già precarie condizioni economiche degli abitanti e Don Amos, molto preoccupato notava: "che il Signore ci salvi da nuove disgrazie"!

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Dati anagrafici

1996
2000
2003

Arte Musei e cultura

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